L’ultimatum a Starmer dopo il tracollo: «Lasci, altrimenti sarà sfidato»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un’accelerazione improvvisa nella crisi che sta squassando il Labour, e il testimone, stavolta, lo passa una figura fino a ieri relegata ai margini del dibattito politico londinese. Catherine West, deputata dissidente ed ex sottosegretaria, ha formalizzato nelle ultime ore un vero e proprio “penultimatum” all’inquilino di Downing Street, Keir Starmer, dopo la débâcle subita alle elezioni amministrative del 7 maggio. La sua, che potrebbe apparire come la mossa di una sconosciuta, rischia in realtà di innescare la miccia che i grandi elettori del partito hanno finora evitato di accendere, ovvero l’avvio di una procedura formale per sostituire un premier che, ormai da più di un anno – anche se la memoria collettiva tende a rimuovere la rapidità della disfatta –, appare sempre più come un peso morto per la maggioranza.

West ha consegnato un messaggio chiaro al governo di Sua Maestà Carlo III: se entro domani nessun ministro influente si farà avanti per concordare un calendario d’uscita ordinata per Starmer, lei stessa lancerà la sfida alla leadership. Il meccanismo, per quanto complesso, è regolato da numeri precisi: servono le firme di 81 deputati laburisti per avviare una competizione interna, una soglia che la deputata, da sola, è ben lontana dal raggiungere; tuttavia, la clamorosa emorragia di consensi registrata in Scozia e Galles ha trasformato il malcontento di corridoio in una “rivolta celtica” che potrebbe fornirle i sostegni necessari. Come spesso accade nella cronaca inglese – dove le regole non scritte del “fair play” politico contano quanto quelle dello statuto –, se la West riuscisse a fare breccia nel gruppo parlamentare, si aprirebbe formalmente una corsa alla successione dagli esiti del tutto imprevedibili.

La polvere al vento della “eredità Thatcher”

Per comprendere la profondità dello choc attuale, forse, bisogna risalire a molto prima della sconfitta lampo di Kemi Badenoch o dello scricchiolio delle roccaforti operaie. Jonathan Coe, quello scrittore capace di sezionare l’anima britannica meglio di qualsiasi sondaggista, aveva già messo in guardia, attraverso le parole di un personaggio del suo ultimo romanzo, da una verità scomoda: c’è stato un momento, subito dopo l’era di Margaret Thatcher, in cui «alcuni di noi pensavano davvero che il paese fosse avviato a cambiare per il meglio»; salvo poi assistere a un deterioramento «orribile» in un punto indefinito del percorso. È proprio questa consapevolezza, quella di un’opportunità storica sprecata, che rende il tracollo attuale del partito laburista più di una semplice batosta elettorale.

Starmer si era presentato come l’artefice del riavvicinamento dopo il caos post-Brexit, un uomo capace di riportare la “competenza” al governo. Eppure, la risposta delle urne è stata una doccia gelida che ha dimezzato i consiglieri laburisti, spazzandoli via in Galles dopo un secolo di dominio incontrastato e facendoli scivolare drammaticamente dietro Reform UK di Nigel Farage in Inghilterra. Non si tratta, come qualcuno ha provato a etichettare, di un semplice “voto di protesta”. Il crollo è sistemico: i laburisti hanno perso oltre 1.400 seggi, una cifra che non ammette alibi e che ha costretto la stessa stampa progressista, come il Guardian, a usare l’aggettivo “catastrofico”.

L’ultimatum, il rilancio europeo e la resistenza della West

La risposta di Starmer alla débâcle non è stata, fino a questo momento, all’altezza delle aspettative dei suoi contestatori. Mentre Catherine West tesseva la sua tela mediatica – confermando le intenzioni in un’intervista al talk show domenicale di Laura Kuenssberg sulla Bbc –, l’inquilino del numero 10 sembrava intenzionato a giocare d’astuzia, tentando di comprare tempo con un piano di rilancio basato su un improvviso riavvicinamento all’Unione Europea. L’idea, per quanto razionale sul piano dei contenuti (intercettare i ripensamenti sulla Brexit a dieci anni dal referendum), appare politicamente folle a molti dei suoi stessi fedelissimi, che la leggono come l’estrema mossa di un naufrago che afferra un’ancora di salvezza troppo lontana.

La deputata West, da parte sua, ha definito la situazione con la franchezza spiccia che contraddistingue le fasi di massima tensione: «Abbiamo un problema serio e dobbiamo muoverci in fretta». La sua strategia, in apparenza ingenua, ha trasformato l’ultimatum in una sorta di clava politica: se Starmer riuscirà a sopravvivere al discorso alla nazione previsto per le prossime ore, forse la crisi rientrerà nei binari del “politichese”; in caso contrario, però, il countdown verso una resa dei conti parlamentare sarà davvero iniziato.

Lo sfaldamento del bipartitismo e la questione successoria

Ciò che rende questa turbolenza diversa dalle precedenti è la geografia della sconfitta. Non si tratta di una frattura ideologica netta tra destra e sinistra, quanto piuttosto di un collasso totale del consenso territoriale. Il Labour ha perso il controllo di municipi storici come Hartlepool, Tamworth e Redditch, mentre le avances di Reform UK hanno superato i Conservatori di Kemi Badenoch, che pure arretrano, ma riescono almeno a salvare la faccia in roccaforti simboliche come Westminster.

In questo vuoto di rappresentanza, la questione della successione diventa un rebus per i laburisti. Se da un lato il ministro dell’Energia, Ed Miliband (già leader in passato), è stato indicato da alcune indiscrezioni come un papabile “uomo della mediazione” per un calendario di dimissioni morbide, dall’altro l’ala radicale del partito chiede un volto nuovo capace di arginare l’onda lunga del populismo. La cruda realtà dei numeri, tuttavia, inchioda Starmer alla sua poltrona: nessun candidato alternativo ha ancora dimostrato, nei fatti, di possedere quella “capacità di comunicare” che, stando alla formulazione dell’ultimatum, viene individuata come la principale deficienza dell’attuale premier.

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