Terence Stamp, l’icona britannica che ha attraversato il cinema senza bisogno di parole
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Terence Stamp, morto ieri a Londra a 87 anni, non è stato soltanto il perfido General Zod di Superman II, il cattivo che con quel sorriso glaciale riusciva a terrorizzare senza alzare la voce. La sua carriera, lunga quasi sei decenni, è stata un viaggio attraverso personaggi complessi, spesso tormentati, sempre indimenticabili. Da Il collezionista (1965), dove interpretava un uomo ossessionato dalla bellezza al punto da sequestrare una ragazza, fino a Ultima notte a Soho (2021), l’attore britannico ha dimostrato che il fascino può essere più eloquente di qualsiasi battuta.
Nato nel 1938, Stamp esordì nel 1962 con L’anno crudele di Peter Glenville, ma fu con William Wyler che trovò la consacrazione. La sua interpretazione in Il collezionista gli valse il premio come miglior attore a Cannes, segnando l’inizio di una collaborazione con registi del calibro di Joseph Losey (Modesty Blaise) e Pier Paolo Pasolini, che lo volle in Teorema (1968). In quel film, dove interpretava un misterioso visitatore che sconvolge la vita di una famiglia borghese, Stamp mostrò tutta la sua capacità di comunicare con lo sguardo, senza bisogno di eccessivi virtuosismi verbali.
Il cinema italiano lo adottò negli anni ’70, affidandogli ruoli che ne esaltavano l’ambiguità magnetica. Fellini lo diresse in Tre passi nel delirio (1968), mentre Nelo Risi lo volle in Una stagione all’inferno (1971), dove interpretava Arthur Rimbaud. Stamp, che amava definirsi un "antistar", riusciva a rendere credibili anche i personaggi più eccentrici, grazie a una presenza scenica che non aveva bisogno di urlare per imporsi.
Nonostante la fama internazionale, l’attore ha sempre mantenuto un profilo riservato, lontano dai riflettori quando non era sul set. La sua morte, comunicata dalla famiglia senza clamore, è stata annunciata dalla Bbc con un breve comunicato, rispettando quella discrezione che ha caratterizzato la sua vita.




