La Scala risarcirà la maschera licenziata per l’urlo "Palestina libera"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Teatro alla Scala è stato condannato a risarcire una propria maschera, la quale, lo scorso maggio, era stata licenziata in tronco per aver gridato “Palestina libera” mentre si trovava in servizio. A rendere nota la sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano è stato il sindacato Cub, che ha seguito l’intera vicenda giudiziaria assieme agli avvocati difensori. La donna, il cui contratto di lavoro era a tempo determinato, riceverà ora tutte le mensilità che avrebbe percepito, qualora non fosse stata allontanata, tra il momento del licenziamento e la scadenza naturale del suo impiego; al teatro, oltre all’obbligo di corrispondere quanto stabilito, verranno inoltre addebitate le cosiddette “spese di lite”, ovvero i costi del procedimento giudiziale. L’episodio, che aveva suscitato un notevole clamore, si era verificato in una circostanza di grande visibilità, poco prima dell’inizio di un concerto di gala.

I fatti della serata e il contesto istituzionale

La protesta, un’esclamazione isolata ma netta, era risuonata nella cornice di un evento istituzionale di primo piano, organizzato dalla Banca asiatica di sviluppo in collaborazione con il ministero dell’Economia e delle Finanze. Alla serata, come è stato ampiamente riferito, presenziavano diverse personalità di governo e della finanza, tra le quali l’attuale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Proprio in quel frangente, mentre svolgeva le proprie mansioni, la lavoratrice ha lanciato il suo grido, un atto immediato e per nulla mediato che il management del Piermarini ha giudicato incompatibile con la permanenza del rapporto di lavoro, procedendo al suo congedo forzato.

La lettura del sindacato e la sentenza

Secondo il Cub, che ha fornito assistenza legale alla dipendente attraverso gli avvocati Villari e Giovanelli, la pronuncia del giudice del lavoro confermerebbe la natura spiccatamente politica del provvedimento disciplinare. Il tribunale, nel valutare la legittimità del licenziamento, non ha ritenuto che la condotta della maschera – per quanto manifestatasi in un momento delicato e di rappresentanza – giustificasse una reazione così drastica da parte del datore di lavoro, soprattutto considerando la tipologia contrattuale a termine. La sentenza, di fatto, reintegra, seppur economicamente, i diritti della donna, stabilendo che il teatro debba corrisponderle quanto le sarebbe spettato fino alla scadenza pattuita.

Le implicazioni del caso

La vicenda, al di là della sua specificità, solleva interrogativi non marginali riguardo ai limiti dell’espressione del pensiero dei lavoratori, specialmente quando essi operano in contesti pubblici e sotto i riflettori. La decisione del tribunale, la quale ha bilanciato le esigenze di immagine e decoro dell’istituzione teatrale con i diritti fondamentali della persona, segna un punto cruciale nella definizione di tali confini. L’obbligo di risarcimento, che comprende le mensilità mancanti e le spese processuali, rappresenta l’epilogo di una disputa che ha attraversato le aule giudiziarie, chiudendo una pagina controversa per il celebre teatro milanese.

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