Pioggia, fango e nuove offensive: il conflitto israelo-palestinese entra in una nuova fase
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Redazione Esteri
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Mentre una pioggia insistente trasforma il terreno in una distesa di fango, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita già disperate, le tendopoli che ospitano gli sfollati vengono spazzate via dagli elementi. Una situazione già critica, che si scontra con la realtà dei camion umanitari bloccati ai valichi, impedendo a beni di prima necessità di raggiungere chi ne ha un bisogno vitale. Nella Striscia di Gaza, nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco, si continua a morire, in un conflitto che, pur avendo smesso di dominare le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, non conosce soste. La cosiddetta "fase due" del piano di pace di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, appare come un'idea lontana e vaga, mentre sul terreno non si scorgono segni tangibili di ricostruzione né di uno sgombero sistematico delle macerie che, accumulandosi, rappresentano una ferita aperta nel paesaggio. La distribuzione degli aiuti, frammentaria e insufficiente, non riesce a lenire una crisi umanitaria di proporzioni spaventose, lasciando la popolazione in balia di un inverno che si preannuncia particolarmente duro.
Il collasso economico senza precedenti
A dipingere un quadro ancor più fosco della situazione interviene il rapporto "Sviluppi nell'economia del Territorio Palestinese Occupato" redatto dall'Unctad, l'organizzazione delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo. Secondo lo studio, due anni di operazioni militari ininterrotte, sommate a restrizioni di vecchia data, hanno innescato un collasso economico senza precedenti, il quale ha vanificato decenni di progressi in termini di sviluppo. La crisi che ne è derivata, si legge nel documento, è annoverata tra le dieci peggiori a livello mondiale dal 1960, con la situazione a Gaza che viene definita come la più grave crisi economica mai registrata, un dato che la dice lunga sull'aggravarsi della fragilità sia fiscale che sociale dell'intera area.
L’escalation militare in Cisgiordania
Parallelamente, in Cisgiordania le operazioni militari israeliane diventano di ora in ora più intense, segnando quella che appare come una normalizzazione del conflitto permanente. Le truppe hanno preso d’assalto, come riferito dall’agenzia di stampa Wafa, la città di Tubas e i villaggi di Tamun e Aqaba, situati nel nord della regione. L'azione, annunciata da Israele come una nuova operazione di "antiterrorismo", è stata condotta con l'impiego di bulldozer, utilizzati per distruggere edifici, e di elicotteri, lasciando sul terreno almeno dieci feriti. Questa offensiva si inserisce in un contesto di crescente tensione che non si limita ai confini della Cisgiordania.
Le minacce verso il Libano e l’appello dell’Onu
Oltre alla Cisgiordania, lo spettro di un possibile allargamento del conflitto si materializza nel nord di Israele, dove il ministro degli Esteri israeliano ha rivolto un ultimatum al Libano, dichiarando che, "se Hezbollah non disarma entro la fine dell'anno, useremo la forza". Una minaccia esplicita che aggiunge un ulteriore, pericoloso, tassello a uno scenario già estremamente instabile. Di fronte a questa complessità, le Nazioni Unite lanciano un appello che va oltre l'emergenza umanitaria immediata, sottolineando la necessità di un piano di ripresa per i Territori palestinesi, il cui collasso economico rischia di diventare irreversibile senza un intervento strutturale e coordinato della comunità internazionale.




