Il caso Nowak e la rabbia che non si era vista con Floyd
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Redazione Esteri
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Le parole “I can’t breathe” – “non respiro” – risuonano ancora nella cronaca giudiziaria britannica, ma questa volta non provengono da un uomo di colore soffocato da un agente bianco a Minneapolis. A pronunciarle, morendo dissanguato in un vicolo di Southampton, è stato Henry Nowak, un diciottenne di origini polacche, accoltellato a morte mentre le forze dell’ordine – forse troppo preoccupate di placare una falsa accusa di razzismo – lo ammanettavano invece di soccorrerlo.
L’assassino, Vickrum Digwa, un ventitreenne di fede Sikh, è stato condannato all’ergastolo con una pena minima di 21 anni. Eppure, non è la sentenza ad aver infiammato il dibattito politico e mediatico, quanto piuttosto il trattamento riservato alla vittima, un trattamento che il padre Mark ha definito “disumano e degradante”. Perché, mentre Digwa – che aveva mentito agli agenti sostenendo di essere stato aggredito per motivi razziali – veniva trattato con decenza, Henry agonizzava sul selciato con le mani bloccate dietro la schiena.
La bodycam che cambia la narrazione
Le immagini delle bodycam, rilasciate con il consenso della famiglia, hanno scardinato la versione iniziale dei fatti, quella che per mesi aveva protetto l’operato della polizia. Nel filmato, che ha dell’incredibile, si sente un agente chiedere al ragazzo dove fosse stato accoltellato, per poi liquidarlo con un secco “Non credo, amico” (“Don’t think you have, mate”). Digwa, che utilizzava un pugnale cerimoniale dalla lama di 21 centimetri – un’arma che avrebbe dovuto dichiarare –, era riuscito a manipolare la scena criminis, presentandosi come il vero aggredito.
Mentre Henry veniva strattonato sulla ghiaia e arrestato per presunta aggressione, il suo carnefice godeva della fiducia degli agenti. Il premier Keir Starmer, lo stesso che anni prima si era messo in ginocchio per George Floyd, ha ammesso di essere “stato male” nel vedere quelle immagini, definendo il caso “orribile e scioccante”. Ma la domanda che serpeggia nei pub e nelle piazze è un’altra: se fosse successo a Minneapolis, avremmo visto un’ondata diversa di indignazione?
Il “silenzio” di Starmer e l’ira di Vance
La differenza di tono è ciò che più scotta nell’opinione pubblica, tanto da attirare le critiche del vicepresidente americano JD Vance, il quale ha tuonato sui social affermando che Nowak “è morto come muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui”.
Vance, spinto da una retorica che guarda al declino occidentale, ha accusato le élite europee di non aver saputo arginare l’“invasione di migranti”, mentre Nigel Farage – leader di Reform UK – ha parlato apertamente di “razzismo contro i bianchi” e di un sistema giudiziario a due velocità. Farage, a differenza di quanto accadde con la morte di Floyd, ha notato un silenzio assordante da parte di chi, anni prima, distruggeva le statue e imbracciava il cartello “Black Lives Matter”. “Allora Starmer si inginocchiava”, ha tuonato Farage, “ora c’è il vuoto”.
Una narrazione, questa, che trova terreno fertile in un Paese stanco delle politiche identitarie, ma che rischia di ridurre un omicidio efferato a mero atto di propaganda.
Le conseguenze giudiziarie e il nodo delle direttive
A scontare l’errore non saranno solo gli agenti (uno dei quali si è già dimesso, mentre altri tre risultano ancora in servizio sotto inchiesta), ma l’intero apparato di formazione della polizia. L’Independent Office for Police Conduct (IOPC) sta infatti valutando se la decisione di ammanettare la vittima sia stata influenzata dai protocolli antirazzismo introdotti negli ultimi anni, in particolare dal “Race Action Plan” che spinge gli agenti a non ignorare le accuse di discriminazione etnica.
La famiglia Nowak, attraverso il suo avvocato, ha chiesto un’indagine “totale, senza timori e trasparente”. In aula, la difesa ha tentato di giustificare il porto d’armi di Digwa con motivazioni religiose, sebbene il giudice abbia chiarito che l’uso di un kirpan – il pugnale rituale Sikh – cessa di essere un diritto quando viene impugnato per uccidere. La madre dell’assassino, Kiran Kaur, dovrà rispondere di favoreggiamento per aver tentato di nascondere il coltello insanguinato.
Mentre la Gran Bretagna cerca di ricucire lo strappo politico, la pietra dello scandalo rotola su un’Europa sempre più divisa tra senso di colpa post-coloniale e difesa della sicurezza sociale.




