Torino, la rabbia in piazza e i conti difficili della giustizia
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Redazione Interno
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Quando i fumi degli scontri si sono diradati sulle strade di Torino, lasciando il segno concreto di una camionetta in fiamme e un agente, Alessandro Calista, aggredito in mezzo al caos, la riflessione non può che spostarsi dalle pietre e dai razzi lanciati in piazza ai percorsi, spesso tortuosi, delle aule di giustizia. È Antonio Rinaudo, il magistrato che più di ogni altro ha indagato a fondo sui gruppi di estrema sinistra violenta, come Askatasuna, vivendo per questo sotto scorta, a tracciare un quadro che fa rumore. Lui, che aveva preconizzato "l'inferno" per le vie della città e invocato l'intervento dell'esercito, conosce bene il destino processuale di chi compie simili gesti: assoluzioni, prescrizioni, condanne di pochi mesi diventano spesso l'epilogo di una vicenda che in strada ha un'altra, ben più feroce, drammaticità.
Il corteo, la frangia e il dilemma della "zona grigia"
La dinamica degli scontri, con gruppi organizzati e coperti da passamontagna che hanno dato vita a una guerriglia urbana mettendo a ferro e fuoco una parte del centro, ripropone inevitabilmente un antico dilemma. Quello che, per sfuggire alla domanda diretta su chi stia con lo Stato e chi con i suoi aggressori, si rifugia in una "zona grigia" di giustificazioni. La prima risposta, quella che circola in certi ambienti, ridimensiona tutto a un incidente di percorso: si trattava di una frangia minoritaria, si dice, che ha "sporcato" un corteo altrimenti pacifico, finendo per "fare il gioco delle destre". In questa narrazione, i violenti sono semplicemente "compagni che sbagliano", una definizione che, come notano alcuni, sembra accomunarli a un passato ben più armato, quasi a stemperarne la pericolosità attuale.
L'allarme della procura: quella sottovalutazione pericolosa
A scuotere ulteriormente il dibattito, intervenendo su un piano diverso ma complementare, è stata la procuratrice generale di Torino, Lucia Musti. La sua "protesta", come è stata definita, non si è rivolta alla piazza in sé, bensì a quegli "ambienti benestanti", a quella borghesia cittadina che, a suo dire, ha a lungo sottovalutato – quando non ha in qualche modo fiancheggiato, consapevolmente o meno – i protagonisti della criminalità di piazza. Un monito severo che va oltre la contingenza dei fatti di sabato sera e punta il dito contro una complicità culturale, una cecità che ha permesso a certi fenomeni di radicarsi. È un'accusa che colpisce un certo milieu sociale e intellettuale, accusato di aver guardato altrove mentre si alimentavano tensioni e ideologie della violenza.
Dalla strada al tribunale, il percorso ad ostacoli
Quello che emerge, quindi, è un doppio binario problematico. Da un lato, l'esplosione di una rabbia organizzata che non ha esitato a prendere di mira le forze dell'ordine in modo sistematico e brutale, come testimoniato dalla rapidità con cui sono state individuate le persone ritenute responsabili dell'aggressione al poliziotto. Dall'altro, l'amara constatazione di chi, come Rinaudo, osserva come quel tipo di violenza, una volta transitata dalla strada al codice penale, tenda a smussare le sue punte più acute, dissolvendosi in procedimenti dai risultati tenui. È questa discrepanza, tra la durezza dei fatti e l'attenuazione delle conseguenze giudiziarie, a creare un terreno pericoloso, su cui l'invito del governo a una "risoluzione unitaria" suona come una necessità politica ma anche come la constatazione di una frattura profonda che non riguarda solo l'ordine pubblico, ma il modo in cui un Paese decide di affrontare, fino in fondo, chi ne attacca le istituzioni con le molotov.




