Torino, la "zona grigia" e i violenti troppo spesso perdonati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   "I magistrati sottovalutano quel centro sociale. E a volte lo perdonano". La riflessione, che arriva da Antonio Rinaudo, magistrato che ha dedicato una vita a indagare i gruppi dell'estremismo violento, vivendo anche sotto scorta, getta un'ombra lunga sugli scontri torinesi del 31 gennaio. Rinaudo, che aveva preconizzato scenari di "inferno" prima della manifestazione per l'ex centro sociale Askatasuna, pone un interrogativo scomodo, basato su una esperienza diretta: quando autori di violenze simili finiscono in tribunale, trovano spesso una via d'uscita fatta di assoluzioni, prescrizioni o condanne irrisorie. Un tema che la recente ondata di tensione riporta drammaticamente alla ribalta.

Il procedimento per devastazione e gli arresti

La Procura di Torino, dopo gli incidenti che hanno fatto seguito al corteo, ha infatti aperto un procedimento per il reato di devastazione a carico di ignoti, mentre per i singoli episodi di violenza – alcuni dei quali, come l'aggressione a un poliziotto, di particolare gravità – la Digos ha segnalato ventiquattro nomi per l'iscrizione nel registro degli indagati. Di essi, tre dimostranti, individuati anche nelle immagini che li ritraggono nell'assalto alle forze dell'ordine, sono stati arrestati in flagranza e attendono in carcere l'esito dell'udienza di convalida. Si tratta di passaggi giudiziari che, se da un lato segnalano la reazione delle autorità, dall'altro ripropongono il dubbio sollevato da Rinaudo sull'efficacia deterrente del sistema penale quando si tratta di crimini di piazza.

Il dilemma della "zona grigia" e le giustificazioni

Gli scontri hanno anche riaperto il dibattito interno a certi ambienti su quella che viene definita la "zona grigia", il confine ambiguo tra dissenso e violenza eversiva. Di fronte al dilemma se schierarsi con lo Stato o con chi lo attacca, emergono infatti da tempo risposte stereotipate e difensive. C'è chi liquida i violenti come una "frangia" minoritaria che rischia di "sporcare" una protesta altrimenti legittima, facendo "il gioco delle destre", e chi li banalizza come "compagni che sbagliano", in una pericolosa continuità ideologica che equipara strumenti diversi, dal martello alla pistola, ma non la natura dell'azione criminale. Queste narrazioni, che tendono a sminuire la portata dei fatti, contribuiscono a creare un humus culturale dove l'ostilità verso le istituzioni può degenerare in atti concreti.

La protesta della procuratrice generale e il ruolo degli ambienti benestanti

In questo quadro, assumono un significato particolare le parole della procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, che ha polemizzato pubblicamente contro quegli ambienti benestanti – una borghesia intellettuale e politica – accusati di aver a lungo sottovalutato, quando non fiancheggiato in modo più o meno consapevole, protagonisti e dinamiche della criminalità di piazza. La sua non è una semplice critica alla violenza, ma un atto d'accusa verso una fascia sociale che, secondo la sua ricostruzione, ha fornito una copertura culturale o un alibi a certi fenomeni, smarcandosi solo quando la violenza è diventata troppo evidente e intollerabile. Una denuncia che sposta parzialmente il fuoco dal solo episodio di teppismo alla responsabilità di un tessuto sociale che, per ideologia o disattenzione, ha finito per essere complice.

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