Trump frena sui negoziati tra Mosca e Kiev, il vertice è un'ipotesi lontana
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Redazione Esteri
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La possibilità di un vertice diretto tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, dopo aver aleggiato come un'eventualità concreta, sembra oggi più remota che mai, offuscata da un improvviso irrigidimento delle posizioni e da una inattesa retromarcia dell'amministrazione statunitense. A gettare acqua sul fuoco, in un quadro già di per sé estremamente fragile, sono state le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale, manifestando una profonda insofferenza attraverso i suoi canali, ha di fatto annunciato un deciso passo indietro nel suo ruolo di mediatore.
La strategia negoziale di Washington, che alcuni osservatori hanno definito "capricciosa" e "improvvisata", appare in totale fibrillazione. Se le condizioni poste mercoledì dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov avevano già messo in seria discussione i timidi progressi registrati nel vertice in Alaska, è stato lo stesso Trump a sferrare il colpo più duro contro quel tenue spiraglio di dialogo. In un post su Truth Social, il presidente ha paragonato la situazione a una squadra di calcio con una buona difesa ma senza attacco, sottintendendo che l'Ucraina, senza un supporto più offensivo, non possa vincere il conflitto. Una presa di posizione che, se da un lato riflette il suo noto pragmatismo, dall'altro mina alle fondamenta la credibilità della mediazione americana.
A complicare ulteriormente il già intricato dossier, si inserisce una direttiva interna dei servizi di intelligence statunitensi. A partire dal 20 luglio, infatti, il direttore dell'Intelligence americana ha proibito la diffusione di qualsiasi notizia relativa ai possibili negoziati russo-ucraini, persino verso i servizi segreti dei paesi alleati più stretti. Questa mura di silenzio, interpretata da molti come un tentativo di riprendere il controllo di un processo sfuggito di mano, contribuisce a creare un clima di opacità e diffidenza internazionale.




