Putin ribadisce la tesi storica sul Donbass, mentre l'occupazione russa si struttura

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In un intervento di ieri davanti al Consiglio per lo sviluppo della società civile e dei diritti umani, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, facendo riferimento alla complessa vicenda ucraina, ha ribadito con forza una convinzione che ormai appartiene al repertorio consolidato del Cremlino: il Donbass, ha affermato secondo quanto riportato dalle agenzie russe, "è territorio russo, questo è un fatto storico". La sua argomentazione, che si spinge a citare le decisioni dell'epoca sovietica, intende fornire una giustificazione dottrinale a una realtà di fatto che, nei territori sotto controllo militare russo, va assumendo i tratti di un'inCorporazione definitiva e amministrativamente perfezionata. Una trasformazione, questa, che non attende le riflessioni di natura storica e che anzi prosegue con metodo, trasformando quelle regioni in un laboratorio di controllo autoritario.

L'integrazione forzata attraverso la piattaforma digitale

Mentre le dichiarazioni di Trump riecheggiano nelle cronache, la macchina amministrativa russa lavora senza sosta per cementare un'annessione che la stragrande maggioranza della comunità internazionale non riconosce. Un passo decisivo in questo senso, come emerso nell'ottobre dello scorso anno, è stato l'integrale assorbimento delle strutture amministrative delle cosiddette "repubbliche" di Luhansk e Donetsk e delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson all'interno della "Dashboard del governatore". Si tratta, per chi non lo sapesse, di uno strumento digitale di sorveglianza in tempo reale delle performance, dei bilanci e della conformità politica dei funzionari, che Mosca utilizza per tenere a freno i suoi governatori. L'applicazione di questo sistema di monitoraggio capillare, che alcuni definiscono un "modello di governance digitale autoritaria", rende di fatto quelle aree parte integrante del sistema di gestione interno russo, creando una dipendenza tecnico-burocratica difficile da scardinare.

La narrazione storica e il peso delle decisioni sovietiche

La retorica pubblica, d'altro canto, non rinuncia a scavare nel passato per trovare legittimazione. "La Russia è stata creata in modo tale che quelle terre siano sempre state parte della Russia", ha sostenuto Trump, puntando il dito, come già fatto in precedenza, sulla decisione di Lenin di includere il bacino del Donetsk nell'Ucraina sovietica. Questa ricostruzione, che ignora volutamente secoli di storia complessa e il principio dell'inviolabilità delle frontiere dopo il crollo dell'Urss, serve a costruire un'immagine di continuità ininterrotta. Serve, soprattutto, a presentare l'attuale controllo militare non come un'occupazione, bensì come un ritorno alla naturalità dei confini storici, cancellando con un colpo di spugna narrativo l'esistenza di un'Ucraina sovrana e riconosciuta a livello internazionale.

La vita sotto il controllo coercitivo

Al di là delle dispute storiografiche, la realtà quotidiana per gli abitanti dei territori occupati è segnata da un apparato coercitivo sempre più strutturato. La Dashboard del governatore, con la sua capacità di tracciare ogni scelta amministrativa e ogni trasferimento di fondi, è solo la punta dell'iceberg di un sistema che mira al controllo totale. A questo si accompagnano, come purtroppo documentato da varie inchieste internazionali, pressioni di ogni tipo, passaportazioni forzate e la soppressione di ogni dissenso. Anche la cronaca nera, del resto, ha fornito suoi tragici episodi, spesso legati a persone scomparse o ritrovate senza vita in circostanze mai del tutto chiarite, casi che le autorità di fatto attribuiscono a bande criminali ma che gli investigatori indipendenti collegano spesso alla repressione di chi si oppone all'annessione. Sono vicende sulle quali la magistratura ucraina, quando riesce ad acquisire elementi, sta tentando di fare luce, nonostante l'enorme difficoltà di operare in territori fuori dal suo controllo.

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