Leone XIV alla Sapienza: «Il riarmo arricchisce le élite»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un lungo applauso, quello degli studenti e dei docenti, ha accolto ieri mattina papa Leone XIV nell’aula magna dell’Università «La Sapienza» di Roma, suggellando una visita che segna una cesura netta rispetto al passato e che riporta un pontefice nel tempio laico del sapere romano a quasi vent’anni di distanza dalle polemiche che costrinsero Benedetto XVI alla rinuncia. Il pontefice, ricordiamolo, ha scelto di non usare giri di parole, anzi: rivolgendosi ai giovani ha lanciato una delle sue invettive più dure contro quella che lui stesso ha definito una «stortura» della ragione contemporanea, ovvero la tendenza a camuffare la corsa al riarmo con il lessico della difesa. «Non si chiami difesa – ha tuonato Prevost – un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia e arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». Parole pesanti, quelle pronunciate ieri, che hanno trovato un terreno particolarmente fertile in un ateneo che, per storia e vocazione, rappresenta il crogiolo del pensiero critico italiano.

Un'altra era, lontana dal 2008

Se diciotto anni fa il clima era di contrapposizione frontale – si ricordi la lettera firmata da decine di docenti, tra cui il futuro premio Nobel Giorgio Parisi, che sconsigliava l’invito ufficiale a Ratzinger –, ieri il termometro della politica accademica ha registrato una temperatura totalmente diversa. Parisi, guarda caso, era seduto in prima fila ad applaudire Leone XIV, un dettaglio che la cronaca non può ignorare perché fotografa un riallineamento quasi simbolico: lo scienziato che nel 2007 metteva in guardia da un papa "incongruo" con i valori della ricerca, ha giudicato positivamente il discorso di Prevost, apprezzandone in particolare i riferimenti alla pace, alla crisi climatica e ai rischi dell’intelligenza artificiale. E così, mentre nel 2008 l’allora rettore dovette assistere all’umiliazione di un invito ritirato, ieri l’aula magna gremita tributava al pontefice una standing ovation, e coretti come «viva il Papa» hanno scandito l’arrivo del successore di Francesco. A fare da contrappunto a questa riconciliazione, c’è anche la scopertura di una targa-ricordo della visita e la mostra "La Sapienza e il Papato", che ripercorre sette secoli di storia comune a partire dalla fondazione dell’ateneo da parte di Bonifacio VIII.

L’«inquinamento della ragione» e il monito sull’intelligenza artificiale

Nel suo intervento, che ha tenuto banco per oltre mezz’ora, Leone XIV si è soffermato a lungo su un concetto che gli sta particolarmente a cuore, quello di un «inquinamento della ragione» che ormai, partendo dal piano geopolitico, finisce per avvelenare ogni relazione sociale fino a generare «un mondo storpiato da guerra e parole di guerra». Il Pontefice ha messo in guardia gli studenti, che lo ascoltavano in un silenzio rispettoso rotto solo da frequenti applausi, dalla semplificazione brutale che costruisce nemici artificiali. Ma c’è un altro fronte sul quale Prevost ha voluto lasciare il segno: l’uso bellico delle nuove tecnologie. Citando esplicitamente i conflitti in Ucraina, a Gaza, in Libano e Iran, il Papa ha denunciato quella che ha definito una «spirale di annientamento» resa possibile dalla deresponsabilizzazione umana affidata agli algoritmi. «Occhio all’intelligenza artificiale» sembra essere il messaggio, affinché il suo sviluppo in ambito militare non peggiori la tragicità dei conflitti né assolva gli esseri umani dalle loro scelte più atroci.

Il futuro come diritto, la pace come costruzione quotidiana

Tuttavia, se la denuncia del riarmo e della deriva tecnologica ha rappresentato il nucleo duro del discorso, c’è una frase che ha attraversato l’aula come una scossa silenziosa e che i ragazzi hanno ripreso subito sui loro cellulari: «Il futuro è ancora da scrivere e nessuno ve lo può rubare». Lontano da ogni retorica consolatoria, Leone XIV ha consegnato ai giovani questo diritto di non arrendersi, invitandoli a trasformare l’inquietudine in profezia. Il Pontefice ha ricordato loro che in un’epoca segnata da «un sistema distorto che riduce le persone a numeri», esasperando la competitività e abbandonando molti ragazzi a spirali d’ansia, esiste una resistenza possibile. Quella di chi, attraverso lo studio e la sapienza – mai nome fu più azzeccato per un’università –, sceglie di essere «artigiano della pace disarmata e disarmante». Perché, ha concluso il Papa quasi a braccio, non è l’algoritmo a salvarci, ma quel desiderio di verità che spinge l’uomo a cercare Dio persino nella complessità del reale.

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