Crollo alla Torre dei Conti, le prescrizioni inascoltate e il parallelo con Pavia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il verbale di una commissione capitolina, risalente al 24 febbraio, aveva già messo in luce, con una preveggenza che oggi suona amara, le criticità strutturali della Torre dei Conti, le cui origini affondano in abusi edilizi risalenti persino al periodo ottocentesco e a quello fascista; un monumento che, nel suo lungo e tormentato percorso storico, è giunto fino a noi carico di quelle fragilità che il recente crollo ha purtroppo palesato in tutta la loro drammaticità. L'incidente, che lunedì scorso ha provocato la morte dell'operaio romeno Octav Stroici e impegnato i soccorsi per undici estenuanti ore, non sembra dunque configurarsi come un evento del tutto imprevedibile, bensì come l'epilogo di una vicenda in cui le avvertenze tecniche sono rimaste, per motivi su cui indaga la magistratura, lettera morta. La Procura di Roma, alla quale fa capo un'inchiesta per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni colpose, sta proprio cercando di far luce su questa sequenza di negligenze, esaminando le responsabilità di quanti avrebbero dovuto vigilare sull'osservanza delle norme di sicurezza.

Le prescrizioni disattese prima del restauro Pnrr

Già nell'agosto del 2023, l'architetto Chiara Rullo, nel suo ruolo di coordinatrice della sicurezza, aveva consegnato una relazione al committente dei lavori, la Sovrintendenza capitolina, nella quale si prescriveva, in modo tassativo, che "la struttura dovrà essere messa in sicurezza prima dell’inizio dei lavori tramite un ponteggio a tubi e giunti installato su tutte le facciate". Quella che era considerata una misura-chiave, una sorta di cintura protettiva indispensabile per avviare in condizioni di sicurezza le operazioni di restauro e allestimento finanziate dal Pnrr, non venne però implementata, lasciando la torre priva della necessaria protezione; una mancanza che, stando alle prime ricostruzioni, avrebbe avuto un peso decisivo nel crollo, avvenuto mentre undici operai erano al lavoro, alcuni dei quali in cima alla struttura stessa.

L'eco di un disastro simile nella memoria di Pavia

Le immagini della torre romana danneggiata hanno risvegliato, con un'impressionante forza analogica, il ricordo di un altro crollo, quello della torre civica di Pavia avvenuto nel marzo del 1989. Un parallelismo che non è sfuggito a Stefano Pampanin, attuale docente ordinario di Tecnica delle costruzioni all'Università Sapienza di Roma, il quale, originario proprio di Pavia e laureatosi lodevolmente in ingegneria civile in quella città, ha vissuto in prima persona le conseguenze di quel tragico evento; la sua carriera, che lo ha poi portato a sedici anni di ricerca in Nuova Zelanda e alla presidenza della Società neozelandese di ingegneria sismica, è stata segnata da una profonda attenzione per la sicurezza strutturale, rendendo la sua voce particolarmente autorevole nel sollecitare, come ha fatto in questa circostanza, la creazione di un pool di tecnici specializzati per avviare una vasta campagna di controlli.

L'indagine della procura sui ritardi e le responsabilità

I magistrati stanno esaminando con attenzione la catena di decisioni e, soprattutto, di ritardi che hanno caratterizzato il cantiere, cercando di accertare se e in quale misura le prescrizioni inascoltate abbiano contribuito a creare le condizioni per la tragedia. L'obiettivo dell'inchiesta è quello di ricostruire il preciso nesso causale tra le omissioni nella messa in sicurezza, che includevano l'assenza del ponteggio perimetrale completo, e il cedimento strutturale che ha travolto gli operai, portando alla morte di Octav Stroici. L'attenzione si concentra sulle singole condotte, professionali e amministrative, che hanno portato a violare il principio cardine della prevenzione, un principio che, in opere di tale delicatezza e complessità, non ammette deroghe né leggerezze.

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