L’omicidio Attanasio e quelle segnalazioni sul traffico di visti rimaste inascoltate

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A cinque anni di distanza dalla morte di Luca Attanasio, dell’appuntato scelto Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo, un nuovo esposto depositato presso il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Roma rischia di ribaltare le ricostruzioni fin qui conosciute. Il deputato di Fratelli d’Italia, Andrea Di Giuseppe, membro della Commissione Esteri, ha formalizzato la denuncia di un cosiddetto “supertestimone” — un diplomatico attualmente in servizio al ministero degli Affari Esteri — secondo il quale l’ambasciatore sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto un fiorente traffico illecito di visti italiani a Kinshasa. Il racket, che prevedeva il pagamento di settemila dollari a persona — cinquemila per il visto e duemila per il biglietto aereo e i servizi connessi — coinvolgeva reti criminali locali e internazionali e sarebbe stato già attivo da tempo prima dell’arrivo di Attanasio nella capitale congolese.

Le rivelazioni contenute nell’esposto delineano un quadro di gravi irregolarità nella concessione dei visti, anomalie che sarebbero state portate all’attenzione delle competenti strutture della Farnesina tra la metà del 2016 e il luglio del 2017, dunque ben prima della tragedia. Secondo quanto si legge nella documentazione consegnata alle Fiamme Gialle, le segnalazioni descrivevano situazioni consolidate e un sistema organizzato con implicazioni rilevanti per la sicurezza nazionale, ma dai governi che si sono succeduti all’epoca non sarebbero stati adottati provvedimenti né per smantellare il racket né per tutelare l’incolumità del personale diplomatico italiano a Kinshasa. Attanasio, insomma, si sarebbe trovato a indagare su un meccanismo criminale preesistente, e proprio quella scoperta — unita alla mancata protezione da parte delle autorità centrali — potrebbe averlo trasformato in un bersaglio.

La sicurezza carente e il ruolo dell’autista locale

Dalla testimonianza emergono anche dettagli preoccupanti sulle misure di sicurezza garantite all’ambasciatore, carenze che avrebbero reso più vulnerabile il convoglio quel 22 febbraio 2021. Secondo i materiali consegnati, Attanasio non sarebbe stato protetto con sistemi e protocolli adeguati: mancava, ad esempio, un autista dei Carabinieri addestrato alla guida di mezzi blindati, figura che invece venne sostituita da un autista locale. Il dispositivo di sicurezza personale era composto da soli due uomini, un numero che appare del tutto sproporzionato rispetto ai rischi operativi in una delle aree più instabili del continente africano. Questi elementi, già noti in precedenti ricostruzioni, assumono ora un peso diverso alla luce della pista del traffico di visti: se l’ambasciatore era venuto a conoscenza di affari illeciti e aveva segnalato il tutto a Roma senza ottenere risposte, la mancanza di protezioni adeguate diventa essa stessa un tassello di una vicenda più ampia e complessa.

Le omissioni della Farnesina e i precedenti ignorati

L’esposto di Di Giuseppe punta il dito proprio contro l’inerzia dei vertici ministeriali, sottolineando come le segnalazioni inviate da Kinshasa tra il 2016 e il 2017 fossero chiare e dettagliate. Quelle relazioni ufficiali, che indicavano un sistema organizzato e radicato di compravendita dei visti, non avrebbero trovato seguito concreto: nessuna iniziativa venne presa per fermare il racket, né venne rafforzata la sicurezza del personale diplomatico, lasciato di fatto esposto in un contesto già compromesso. L’ambasciatore, secondo il supertestimone, aveva scoperto il traffico già attivo, ma le sue segnalazioni caddero nel vuoto. Questo scenario, se confermato dalle indagini, solleverebbe interrogativi precisi su eventuali responsabilità per omissione di atti d’ufficio e, più in generale, sulla gestione della sicurezza nelle sedi diplomatiche più delicate.

Il sistema dei visti come movente e le carte consegnate alla magistratura

Oltre alla testimonianza orale, il deputato di Fratelli d’Italia ha depositato prove documentali che descriverebbero situazioni penalmente rilevanti, con l’obiettivo dichiarato di consentire alla magistratura di esaminare ogni elemento utile per una piena ricostruzione dei fatti. La pista del racket dei visti si aggiunge così ad altre ipotesi investigative emerse nel corso degli anni — come quella legata ai traffici di niobio o agli interessi russi nella regione del Kivu — ma ha il pregio di basarsi sulla testimonianza diretta di un diplomatico in servizio, il quale avrebbe avuto accesso a informazioni di prima mano. La denuncia non si limita a indicare un movente, ma offre una cronologia precisa: le segnalazioni partirono mesi prima della morte di Attanasio e proseguirono fino all’estate del 2017, senza che nessuno, a quanto risulta, intervenisse per mettere in sicurezza l’ambasciatore o per fermare il giro di affari illeciti.

La procura di Roma, che già in passato aveva archiviato alcune posizioni legate all’omicidio — si pensi al non luogo a procedere per i funzionari del Pam Rocco Leone e Mansour Rwagaza, riconosciuti immuni — dovrà ora valutare se questi nuovi elementi siano sufficienti per riaprire il fascicolo. La sensazione, a cinque anni da quel 22 febbraio 2021, è che attorno alla figura di Luca Attanasio si addensino ombre che vanno ben oltre la dinamica dell’agguato: ombre fatte di avvertimenti inascoltati, di traffici illegali tollerati e di una diplomazia che forse, in quel contesto, non ha saputo proteggere uno dei suoi uomini migliori.

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