La Spezia dice addio ad Abanoub, mentre si indaga su segnalazioni inascoltate
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Redazione Interno
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È stato il giorno del dolore e della commozione, quello in cui La Spezia ha chiuso gli occhi ad Abanoub Youssef. Il diciottenne, colpito a morte da una coltellata inferta da un compagno all'interno dell'istituto Einaudi-Chiodo lo scorso venerdì, è stato accompagnato da una folla silenziosa e sterminata. In migliaia, tra parenti straziati, amici coetanei, cittadini comuni e rappresentanti della Chiesa copta, si sono radunati per l'ultimo, straziante saluto. Il feretro, dopo la breve processione dall'obitorio, ha raggiunto la Cattedrale di Cristo Re, dove si è tenuta una funzione officiata in arabo e italiano, mentre fuori, sul piazzale gremito di giovani, restavano in molti, reggendo palloncini bianchi che recavano scritte di giustizia. L'urlo lacerante della madre, al momento dell'uscita della bara, si è confuso con il botto dei fuochi d'artificio, un tributo fragoroso al cielo ancora azzurro di una città in lutto, proclamato ufficialmente dal sindaco Pierluigi Peracchini.
Le domande che seguono il silenzio
Quel boato, però, non è riuscito a coprire il rumore assordante degli interrogativi che ora seguono la tragedia. Mentre la città si stringeva attorno alla famiglia di Abanoub, emersevano, infatti, dettagli inquietanti sul percorso del presunto aggressore, Zouhair Atif. Alcuni di questi, che mostrano un profilo ben diverso dall'istantanea di un gesto folle e improvviso, erano noti alle autorità. Come un tema scolastico, vergato dallo stesso Atif su un foglio protocollo, nel quale riversava una "sofferenza" e una "frustrazione" profonde verso il mondo, un campanello d'allarme considerato così significativo da finire sotto la lente della Digos. Le forze dell'ordine, dopo aver valutato quel materiale, formalizzarono delle segnalazioni sia al Tribunale per i minorenni che ai servizi sociali competenti, un passaggio cruciale che avrebbe dovuto innescare un monitoraggio e un supporto.
Il circuito che si inceppa
Quelle comunicazioni, tuttavia, sembrano essersi perse in un meccanismo che, per ragioni ancora da chiarire completamente, si è inceppato. Le mail di segnalazione, un canale oggi ordinario per tali procedimenti, sono diventate lettera morta, un dato di fatto che oggi genera imbarazzo e alimenta un dibattito serrato sulle maglie di un sistema di prevenzione che, in questo frangente, non ha retto. La domanda che si pongono in molti, mentre i fiori vengono depositati davanti al cancello della scuola, è se un intervento tempestivo sulle sofferenze espresse da Atif avrebbe potuto deviare il corso degli eventi, evitando che la sua rabbia si rivolgesse contro un compagno. Un interrogativo che grava ora sulle indagini, le quali dovranno accertare non solo le dinamiche precise del fatto, ma anche ricostruire ogni passaggio di quelle segnalazioni, valutando responsabilità e eventuali negligenze.
Un lutto che unisce e interroga
La cerimonia funebre, intrisa di canti tradizionali copti, ha così rappresentato un momento duplice: di raccoglimento per una vita spezzata a soli diciotto anni, e di spartiacque collettivo per una comunità scolastica e cittadina chiamata a fare i conti con un vuoto improvviso e con un fallimento del quale si cerca la misura esatta. Il percorso giudiziario sul caso, che coinvolge un minorenne, procederà nei suoi canali riservati, mentre l'inchiesta sui fatti e sulle eventuali omissioni prende una strada separata. Quel che resta, nell'immediato, è l'immagine di una bara bianca portata a spalla tra la folla, e il peso di quelle parole scritte su un foglio di scuola, che da grido d'aiuto inascoltato sono diventate, tragicamente, una delle chiavi per comprendere l'incomprensibile.




