"Mi minaccia da sobrio, mi ucciderà": le denunce inascoltate di Amina prima del femminicidio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Amina Sailouhi lo aveva detto chiaramente, con la voce spezzata dalle lacrime, mentre i lividi sul viso testimoniavano l’ennesima aggressione. Era il 26 novembre 2022 quando, in caserma, aveva raccontato ai carabinieri di suo marito, Khalid Achak: «Tornava a casa e iniziava a dirmi: “Mi hai tradito negli ultimi dieci anni”». Poi le botte, un pugno allo zigomo, un altro al naso, e quelle parole che le erano rimaste impresse: «Penso che mi ammazzerà». Due anni dopo, a Settala, quella paura si è trasformata in realtà.
Quella domenica di fine novembre, Amina aveva descritto un dettaglio che l’aveva terrorizzata più del solito: il marito era sobrio. «Quando è ubriaco urla, ma quando è lucido è diverso», aveva spiegato. Per sfuggirgli, si rifugiava nella stanza della figlia, l’unico spazio in cui cercava riparo. Le denunce, però, non erano bastate. Nessuna misura cautelare era stata applicata, nonostante le minacce e la violenza fisica ripetuta. Un vuoto che ha avuto conseguenze irreparabili.
La scorsa settimana, la bambina della coppia ha assistito all’omicidio della madre. «Papà, no!», avrebbe gridato, in un urlo sentito dai vicini di via Cerca. Subito dopo, è stata lei a chiamare il 112, in un disperato tentativo di fermare l’irreparabile. Amina Al Zeer, fondatrice di Progetto Aisha – associazione che sostiene donne vittime di violenza, con un’attenzione particolare alle migranti – commenta con amarezza: «C’è terrore dell’assistente sociale, serve un cambiamento culturale».




