Tivù Verità | Manifestazioni per la famiglia nel bosco e lo scontro Orbán-Zelensky
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Redazione Esteri
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La rabbia monta tra la gente, e non potrebbe essere altrimenti, dopo la decisione del tribunale dei minori dell’Aquila che ha disposto l’allontanamento dei figli dalla cosiddetta "famiglia nel bosco", una coppia che viveva a Palmoli, in provincia di Chieti, e che ora si trova al centro di un acceso dibattito nazionale. Manifestazioni spontanee, come quella organizzata a Vasto, hanno visto la partecipazione di cittadini indignati, i quali non riescono a comprendere come si possa separare dei bambini dai propri genitori per ragioni che, a loro avviso, non configurano un'emergenza tale da giustificare un provvedimento così estremo. Il caso, che riguarda nello specifico la famiglia Trevallion, ha varcato i confini locali per approdare nelle stanze della politica, dove il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, è intervenuta con parole nette e senza mezzi termini, chiedendo di fatto una sospensione dell'esecuzione del provvedimento. La Roccella, che ha avuto modo di esprimersi in più occasioni, ha sottolineato come l'allontanamento rappresenti un atto estremo, una extrema ratio che andrebbe applicata solo in presenza di rischi gravissimi e immediati per l'incolumità dei minori, condizioni che, a suo dire, nell'ordinanza letta non emergerebbero con la necessaria chiarezza.
Il nodo della socializzazione e la replica della ministra
Ciò che ha maggiormente colpito l'opinione pubblica, e che la stessa Roccella ha evidenziato, è la motivazione alla base del provvedimento: i bambini soffrirebbero per la mancanza di un adeguato confronto con il gruppo dei pari e per una socializzazione ridotta. La ministra, pur riconoscendo l'importanza fondamentale del gruppo dei pari nello sviluppo di un individuo, ha ribadito con forza che altrettanto fondamentale è il ruolo dei genitori, e che non si può, con una decisione definita "brusca", infliggere un trauma a dei piccoli già "molto provati" dalla situazione, separandoli dalle loro figure di riferimento affettivo primario. In attesa di visionare tutta la documentazione richiesta dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, Roccella ha lasciato intendere come l'iter seguito possa aver sottovalutato il danno psicologico che una separazione forzata comporta, invitando le "toghe" a un passo indietro per rivalutare la situazione nell'ottica del miglior interesse del minore, che dovrebbe sempre prevalere. Non si tratta, ha precisato la ministra in altra sede, di giudicare il "legno storto" su cui ogni persona cresce, né di difendere uno stile di vita neo-rurale o radicalmente ambientalista, ma di valutare con equilibrio e buonsenso il bilanciamento tra il diritto alla socializzazione e quello a crescere nella propria famiglia, che di questi bambini rappresenta la "perfetta manifestazione dell'umanità imperfetta".
Il sequestro milionario in Ungheria e le accuse di terrorismo di Stato
Se in Italia il dibattito infiamma gli animi sulla tutela minorile, sullo scacchiere internazionale è un'altra la scintilla che sta facendo saltare gli equilibri diplomatici. Le autorità di Budapest hanno sequestrato giovedì scorso due furgoni portavalori diretti in Ucraina, scoprendo un carico di eccezionale valore: 40 milioni di dollari in contanti, 35 milioni di euro e 9 chilogrammi di lingotti d'oro. A bordo c'erano sette persone, tutte fermate e, stando alle prime ricostruzioni, tra loro figurerebbe anche un ex generale dell'intelligence di Kiev, un dettaglio che ha immediatamente fatto pensare a operazioni ben più complesse di un semplice trasferimento di valuta tra banche. Le immagini diffuse dal governo ungherese mostrano agenti armati del Centro Antiterrorismo mentre bloccano i mezzi a una stazione di servizio e ammanettano gli occupanti, un'operazione che Oschadbank, la banca statale ucraina proprietaria del denaro, ha definito "ingiustificata". Il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiga, non ha usato giri di parole: ha accusato l'Ungheria di "terrorismo di Stato" e di aver preso in ostaggio i sette cittadini, arrivando a sconsigliare ai propri connazionali qualsiasi viaggio in Ungheria, dove la loro sicurezza, ha detto, non potrebbe essere garantita.
Dall'altra parte, Budapest non solo respinge le accuse, ma rilancia. Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha sollevato dubbi sulla provenienza di quella mole di denaro, chiedendosi come mai, se si tratta di normali transazioni interbancarie, non si utilizzino bonifici invece di spostare fisicamente valuta per centinaia di milioni. I dati diffusi dall'amministrazione fiscale magiara sono impressionanti: solo dall'inizio dell'anno, attraverso l'Ungheria sarebbero transitati verso l'Ucraina oltre 900 milioni di dollari, 420 milioni di euro e 146 chilogrammi d'oro, un fiume di contanti che, secondo Budapest, potrebbe essere collegato alla cosiddetta "mafia di guerra" ucraina. Un'accusa gravissima, che arriva in un momento di tensione già altissima per la questione energetica, con Kiev che bloccherebbe il transito del petrolio russo attraverso l'oleodotto Druzhba, mettendo in crisi le forniture ungheresi e spingendo Orbán a minacciare contromisure drastiche.
Le parole che pesano come pietre nel confronto tra Zelensky e Orbán
E in questo clima incandescente, le parole hanno il peso specifico dei lingotti sequestrati. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, riferendosi allo stop ungherese a un prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, ha lasciato intendere che dietro quell'ostacolo ci sia "una sola persona", un'allusione fin troppo chiara a Viktor Orbán. La frase, pronunciata pubblicamente, ha avuto un'eco devastante: Zelensky ha aggiunto che, se necessario, fornirebbe l'indirizzo di quell'individuo alle forze armate ucraine "affinché gli parlino nel loro linguaggio", una minaccia che a Bruxelles è stata giudicata "inaccettabile" e che ha fatto tremare le vene dei polsi ai diplomatici di mezza Europa. Orbán, dal canto suo, ha risposto per le rime, affermando che non cederà al ricatto, "neanche se minacciano la mia vita", e che gli ucraini rimarranno senza soldi prima che gli ungheresi rimangano senza petrolio. Un braccio di ferro pericoloso, che si inserisce nel più ampio contesto di un'Ungheria che, con Trump tornato alla Casa Bianca, si sente forse più legittimata a mantenere la propria linea di vicinanza a Mosca, o quantomeno di netta chiusura verso le istanze di Kiev. I sette fermati, nel frattempo, sono stati rilasciati, ma l'indagine ungherese per riciclaggio prosegue, mentre il fronte politico si allarga a macchia d'olio, coinvolgendo l'Unione Europea e gettando un'ombra lunga sulla già fragile unità occidentale.




