Zelensky a Monaco: “Grave errore escludere l’Europa dai negoziati”. E attacca Orban: “Pensa solo alla sua pancia”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il palco della Conferenza sulla sicurezza di Monaco si è trasformato, nell’ultimo giorno dei lavori, nel teatro di una duplice polemica, indirizzata tanto oltreoceano quanto all’interno dei confini europei. Volodymyr Zelensky, intervenendo di fronte alla platea dei leader mondiali riuniti nel Bayerischer Hof, ha lanciato una stoccata precisa all’amministrazione Trump, definendo “un grave errore” la conduzione dei negoziati di pace per l’Ucraina da cui il Vecchio Continente risulta sostanzialmente escluso -1. La critica del presidente ucraino, seppur velata nelle forme, ha toccato il nodo centrale delle attuali dinamiche diplomatiche: mentre Washington spinge per una chiusura rapida del conflitto – e fonti vicine al dossier parlano della volontà di giungere a un'intesa entro l’inizio dell’estate, complice anche la scadenza delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti – a Kiev cresce il timore che la spinta verso un accordo possa tradursi in pressioni per concessioni territoriali unilaterali, con l’Europa relegata a un ruolo di spettatrice -7-5. La richiesta di Zelensky è stata chiara: l’unità transatlantica non può ridursi a un mero slogan, ma deve tradursi in una presenza effettiva al tavolo in cui si decideranno le garanzie di sicurezza future, unica vera assicurazione contro una rinnovata aggressione russa.
Le crepe nell’alleanza e la questione delle garanzie
A rendere più teso lo scenario è la difformità di vedute emersa pubblicamente persino all’interno della stessa compagine statunitense. Mentre Donald Trump, dalla Casa Bianca, dichiarava che la Russia “vuole raggiungere un accordo” e che Zelensky “deve muoversi” per non perdere un’opportunità straordinaria, il suo ambasciatore alla Nato, Matthew Whitaker, dipingeva un quadro diametralmente opposto da Monaco -9-10. Whitaker, intervenendo a un panel della conferenza, ha confessato il proprio scetticismo: “Non sono convinto che i russi siano pronti a fare un accordo, o che lo saranno mai”, ha affermato, sottolineando al contempo la disponibilità ucraina a una trattativa che definisse una pace “ragionevole e giusta nelle circostanze attuali” -10. Questa dissonanza, registrata a poche ore di distanza, alimenta la percezione di una strategia americana non perfettamente allineata, nella quale l’impulso a chiudere la partita si scontra con la realtà di un Cremlino che, sul terreno, continua a premere per conquistare l’intera regione del Donbass e che non ha mostrato segnali inequivocabili di voler scendere a patti sostanziali, al di là di quelli che imporrebbero una capitolazione ucraina -7-10.
Il j’accuse a Orban e la risposta da Budapest
Se con gli alleati americani il tono è rimasto quello di un richiamo preoccupato ma costruttivo, nei confronti del primo ministro ungherese Viktor Orban non c’è stata alcuna indulgenza. L’occasione per il faccia a faccia indiretto è stata offerta dal palco principale, dove Zelensky ha pronunciato un discorso infuocato. Rivendicando il sacrificio del popolo ucraino, che con il proprio sangue tiene lontana la minaccia russa dai confini dell’Europa, il leader di Kiev ha aggiunto una frase che è suonata come un’accusa pesantissima: “Dietro alla linea europea che teniamo, anche un Viktor può pensare a come far crescere la sua pancia, piuttosto che a come potenziare il suo esercito per impedire ai carri armati russi di tornare nelle strade di Budapest” -2. Un riferimento storico, quello al 1956, che ha reso l’affondo ancora più penetrante, accusando di fatto Orban di approfittare della protezione ucraina per dedicarsi a egoistiche priorità interne, trascurando la difesa comune. La replica del premier magiaro non si è fatta attendere ed è arrivata via X, condita di ironia tagliente: ha ringraziato Zelensky per il discorso “da campagna elettorale”, sostenendo che aiuterà “gli ungheresi a vedere la situazione più chiaramente”, per poi concludere lapidario: “È proprio per questo che non potete diventare membri dell’Unione europea” -2.
L’impasse diplomatica e i nodi irrisolti
Al di là delle scaramucce verbali, il quadro che emerge da Monaco è quello di una trattativa in stallo, complice la fermezza delle rispettive posizioni. I negoziati trilaterali, che hanno visto incontri ad Abu Dhabi e che dovrebbero riprendere a Ginevra o Miami nei prossimi giorni, non hanno ancora prodotto una svolta -7-9. Il nodo principale resta quello territoriale: Mosca continua a chiedere il controllo completo delle regioni di Donetsk e Luhansk, inclusi i territori ancora sotto bandiera ucraina, mentre Kiev rifiuta qualsiasi riconoscimento formale delle annessioni e spinge per un cessate il fuoco sulle linee attuali -5-7. A questo si aggiunge la questione delle garanzie di sicurezza post-belliche: Washington ha fatto sapere che non firmerà alcun accordo vincolante per proteggere l’Ucraina da future aggressioni finché non sarà trovata un’intesa complessiva con la Russia, un approccio che Zelensky teme possa privare Kiev della sua leva più forte prima ancora di sedersi al tavolo con Vladimir Putin -4-7.




