Pride, l’Europa condanna Orbán ma l’Italia resta in silenzio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una netta presa di posizione da parte di venti Paesi dell’Unione europea ha segnato ieri un nuovo capitolo nello scontro tra Bruxelles e Budapest sui diritti Lgbtiq+. Francia, Germania, Spagna e gran parte degli Stati dell’Europa occidentale – con l’eccezione dell’Italia – hanno firmato un documento congiunto in cui esprimono preoccupazione per le recenti modifiche costituzionali ungheresi, che di fatto vietano le manifestazioni del Pride in nome della "protezione morale" dei minori. «Siamo profondamente allarmati», si legge nel testo, che denuncia una violazione dei principi di uguaglianza e dignità sanciti dai trattati Ue.

Mentre i Paesi Bassi, la Danimarca e altri hanno scelto di alzare la voce, l’Italia – unico grande paese assente insieme alla Polonia, che però riveste la presidenza di turno del Consiglio Ue – ha preferito non aderire all’iniziativa. Una scelta che non sorprende, considerando il precedente rifiuto di Roma di firmare una dichiarazione analoga sulla revisione degli accordi commerciali con Israele. Se Varsavia, in vista delle elezioni presidenziali di domenica, gioca una partita di tatticismi interni, il governo Meloni conferma invece una linea prudente, se non distante, quando si tratta di difendere i diritti civili a livello europeo.

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