L’ira di Teheran all’Onu: “Gli Usa hanno rotto la tregua”. Ma Trump parla già di “inezia”
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Redazione Esteri
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Il cessate il fuoco in Iran – quello che, sebbene fragile, sembrava aver retto per alcune settimane nonostante le reciproche diffidenze – mostra ora crepe sempre più profonde, proprio mentre il mondo osservava con attenzione i movimenti delle rispettive flotte nello strategico stretto di Hormuz. A rompere l’apparente quiete, o almeno quella che i comunicati ufficiali descrivevano come tale, è stata l’accusa pesante formulata da Teheran davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: gli Stati Uniti, secondo la rappresentanza iraniana, avrebbero violato per primi i termini della tregua, con azioni militari che non lasciano spazio a interpretazioni ambigue. “La via per la de-escalation e la stabilità – ha dichiarato Amir Saeid, rappresentante permanente dell’Iran all’Onu – risiede nel rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, non nell’abuso del Consiglio di Sicurezza per fini politici e per il perseguimento di obiettivi militari”. Un attacco frontale, il suo, che ha trovato immediato riscontro nelle dichiarazioni del Comando Centrale americano (Centcom), secondo cui “attacchi iraniani non provocati” hanno preso di mira tre cacciatorpediniere statunitensi mentre transitavano nel canale. Missili, droni e piccole imbarcazioni: questo l’arsenale impiegato, sempre stando alla ricostruzione fornita da Washington.
Il racconto del Centcom e la replica di Teheran sullo stretto di Hormuz
La versione dei fatti, come spesso accade in questi frangenti, viaggia su binari paralleli e difficilmente riconciliabili. Da una parte, il Comando statunitense per il Medio Oriente parla di “raid di autodifesa” condotti contro installazioni militari iraniane, una risposta necessaria – spiegano – per fermare un’aggressione in corso contro le proprie navi. Dall’altra, l’Iran non solo respinge al mittente l’accusa di essere stato l’iniziatore, ma ribalta la narrazione: sarebbero stati gli Stati Uniti, con i loro movimenti nello stretto di Hormuz, a destabilizzare un equilibrio già di per sé precario. Una precarietà, quella della tregua, che il presidente americano Donald Trump ha tuttavia scelto di ridimensionare pubblicamente, definendo lo scontro – avvenuto nelle ultime ore – una semplice “inezia”. Una parola, quest’ultima, che pesa come un macigno nel contesto di una guerra che coinvolge ormai non solo Iran e Stati Uniti, ma anche Israele, i Paesi del Golfo e il Libano, con serie ripercussioni sull’economia globale. Trump, che siede nuovamente alla Casa Bianca da oltre un anno, ha confermato che il cessate il fuoco resta formalmente in vigore e che i negoziati per un accordo di pace proseguono. Una dichiarazione che contrasta nettamente con la tensione palpabile nella regione, dove nella mattina dell’8 maggio le difese degli Emirati Arabi sono state attivate contro missili e droni.
Attacchi difensivi e accuse incrociate: il diritto internazionale al centro
Ciò che rende particolarmente complessa la situazione – al di là delle schermaglie verbali tra Washington e Teheran – è la difficoltà di stabilire chi, materialmente, abbia premuto per primo il grilletto in questo ennesimo capitolo della crisi mediorientale. Il Centcom parla di “attacchi iraniani non provocati” mentre le forze iraniane avrebbero lanciato molteplici ordigni contro i cacciatorpediniere. L’Iran, dal canto suo, invoca il diritto internazionale e la Carta dell’Onu, accusando gli americani di svolgere un ruolo “destabilizzante”. Una destabilizzazione che, secondo Teheran, si concretizzerebbe proprio con i nuovi attacchi a due navi e lungo le coste dello stretto di Hormuz, violando di fatto i termini della tregua. Il rappresentante iraniano all’Onu ha voluto sottolineare, con parole misurate ma ferme, che il proprio Paese agisce nel rispetto delle norme internazionali, respingendo l’idea che si possa “abusare del Consiglio di Sicurezza per fini politici”. Un passaggio, quest’ultimo, che suona come una chiara critica alla gestione americana della crisi.
Missili, droni e l’attesa per una risposta che non placa i timori
Mentre gli Emirati Arabi hanno messo in azione le proprie difese contro missili e droni – un segnale inequivocabile di quanto il fronte si sia allargato – l’attenzione resta concentrata su due elementi: la tenuta del cessate il fuoco, che Trump garantisce ancora in vigore, e la reazione iraniana alle accuse. “Rispondiamo”, ha fatto sapere Teheran senza entrare nel dettaglio di eventuali ritorsioni. Una minaccia generica, ma sufficiente a far salire la tensione nei mercati e nei corridoi diplomatici. Quel che appare chiaro, al netto delle opposte ricostruzioni, è che lo stretto di Hormuz torna a essere il luogo più caldo del conflitto: un nodo vitale per i traffici petroliferi globali e, per questo, un bersaglio simbolico e strategico al tempo stesso. L’esercito statunitense ha dichiarato di aver preso di mira installazioni militari iraniane in risposta all’attacco subito, mentre l’Iran all’Onu ha formalmente accusato gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco. Nessuna delle due parti, allo stato attuale, sembra disposta a fare un passo indietro. E la tregua, per quanto dichiarata ancora valida dal presidente americano, appare sempre più come un guscio vuoto, scalfito da raid, intercettazioni e un braccio di ferro legale che rischia di tradursi in nuovi, concreti scontri.




