Trump: «Senza accordo distruggeremo l’isola di Kharg». La Spagna chiude lo spazio aereo ai velivoli Usa
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Redazione Esteri
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La tensione diplomatica tra gli Stati Uniti e un’alleata storica come la Spagna ha raggiunto un nuovo, significativo punto di rottura, con Madrid che ha deciso di estendere il proprio dissenso alla condotta della guerra in Iran ben oltre il diniego iniziale sull’uso delle basi militari. Il governo spagnolo, dopo aver già negato l’utilizzo delle basi condivise di Rota e Morón, ha ora chiuso ufficialmente il proprio spazio aereo a tutti i voli coinvolti nelle operazioni militari contro Teheran, una mossa che include non solo i velivoli da combattimento ma anche quelli di supporto, come gli aerei cisterna per il rifornimento in volo, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi come Francia e Regno Unito. La decisione, confermata dal ministro della Difesa Margarita Robles, rappresenta un atto di netta presa di distanza dall’intervento guidato da Washington e da Israele, motivato dalla volontà dichiarata di non partecipare a quello che viene definito un conflitto “iniziato unilateralmente e contro il diritto internazionale”. Nonostante le minacce di ritorsioni commerciali da parte della Casa Bianca, il premier Pedro Sánchez ha mantenuto una linea dura, ribadendo che il suo Paese non sarà “complice di qualcosa che è dannoso per il mondo”.
Sul fronte militare e politico, il presidente Donald Trump ha alzato ulteriormente il tiro, alternando dichiarazioni su progressi negoziali a minacce esplicite di devastazione totale delle infrastrutture energetiche iraniane. Da un lato, Trump ha riferito di “serie discussioni” con il nuovo governo di Teheran, che definisce “più ragionevole”, sostenendo che siano stati fatti “grandi progressi” verso un accordo che possa porre fine alle ostilità e riaprire lo Stretto di Hormuz. Dall’altro lato, in un post su Truth Social e in interviste successive, ha delineato uno scenario alternativo drasticamente opposto: in assenza di un’intesa, ha avvertito, gli Stati Uniti “concluderanno il loro soggiorno in Iran distruggendo completamente” gli impianti elettrici, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg, cuore nevralgico delle esportazioni petrolifere del Paese, specificando che l’operazione potrebbe includere anche gli impianti di desalinizzazione. Ha inoltre accennato alla possibilità di un’occupazione militare dell’isola, dichiarando che non credono che i persiani abbiano difese adeguate e che potrebbe essere conquistata “molto facilmente”, sebbene ciò comporterebbe la necessità di rimanervi “per un po’”.
Questa doppia strategia, che combina la pressione negoziale con la minaccia di una distruzione sistematica, si inserisce in un contesto regionale in cui le operazioni militari proseguono senza sosta nonostante i tentativi di mediazione. Mentre Trump sostiene l’esistenza di trattative “diretto e indirette” tramite intermediari come il Pakistan, il ministero degli Esteri iraniano ha smentito categoricamente qualsiasi contatto diretto con Washington, definendo le richieste americane “eccessive e irragionevoli”. Sul terreno, le forze israeliane hanno intensificato i raid, colpendo obiettivi a Teheran, mentre l’Iran ha risposto con attacchi missilistici che hanno preso di mira infrastrutture chiave, tra cui una raffineria nella città israeliana di Haifa e un impianto energetico in Kuwait, dimostrando la capacità di estendere il conflitto ben oltre i propri confini.
A complicare ulteriormente il quadro strategico per gli Stati Uniti interviene quindi la posizione di un alleato europeo come la Spagna, la cui chiusura dello spazio aereo crea un ostacolo logistico non trascurabile per le rotte dei bombardieri. Secondo quanto ricostruito dalla stampa iberica, il divieto imposto da Madrid ha costretto a ricalibrare i piani di volo, escludendo di fatto la possibilità di utilizzare le basi del sud della penisola per un dispiegamento avanzato di velivoli strategici come i B-52 o i B. Questa scelta, sebbene motivata da una presa di posizione politica contro quella che viene considerata una guerra illegittima, rappresenta una crepa nel fronte occidentale che si aggiunge alle difficoltà operative di una campagna militare già complessa. La fermezza di Sánchez, che ha respinto le minacce di Trump di interrompere ogni relazione commerciale, sottolinea una divergenza di fondo sulle modalità di gestione della crisi, con l’esecutivo spagnolo che rivendica il diritto di non conformarsi a operazioni che ritiene contrarie ai propri principi e agli accordi bilaterali che regolano la presenza americana sul suo territorio.




