L’arsenale di Teheran e la strategia della guerra asimmetrica: missili, droni e cyber attacchi nello scontro con gli Stati Uniti
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Redazione Esteri
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Il primo missile a essere lanciato, in quella che si prefigura come una crisi dalle proporzioni ancora tutte da definire, è stato un tomahawk statunitense, partito dalla Marina americana. Ma se quell’innesco rappresenta la miccia, l’incendio che divampa in Medio Oriente coinvolge ormai una pluralità di attori e si combatte su livelli tanto tradizionali quanto inediti. L’Iran, che considera questo confronto una vera e propria guerra per la sopravvivenza del regime, si presenta al conflizzo con un arsenale che, pur non essendo minimamente paragonabile alla potenza di fuoco dell’Armada statunitense — la più imponente dalla seconda guerra in Iraq del 2003 — o a quella israeliana, supportata direttamente dall’alleato d’oltremare, possiede tuttavia strumenti capaci di infliggere danni significativi. Le esplosioni avvenute a Dubai e in alcune basi americane in Medio Oriente, se confermate, ne sarebbero la riprova: la Repubblica Islamica può colpire il nemico e causargli perdite tutt’altro che trascurabili, sfruttando una dottrina militare che punta tutto sull’asimmetria e sulla saturazione delle difese avversarie.
A comporre l’ossatura di questa capacità di risposta, come documentato negli ultimi anni e confermato da fonti specializzate, vi sono sistemi d’arma che Teheran ha sviluppato in parte autonomamente, talvolta suscitando lo scetticismo degli osservatori occidentali, ma che oggi rappresentano una minaccia concreta e dichiarata. Tra questi spiccano i missili ipersonici, una tecnologia che, secondo le autorità iraniane, sarebbe ormai padroneggiata e che pone il paese in un ristretto club di nazioni. Il *Fattah-2*, svelato nel corso di una esposizione delle forze aerospaziali dei Guardiani della Rivoluzione, è stato descritto come un missile da crociera ipersonico in grado di manovrare a velocità superiori a mach 13, con una gittata che, secondo le dichiarazioni del comandante Hajizadeh, potrebbe essere incrementata fino a duemila chilometri. Una velocità e una traiettoria così erratiche, sostengono a Teheran, renderebbero vano ogni tentativo di intercettazione da parte dei sistemi antimissile nemici, inclusi i Patriot e i THAAD americani. A questi si aggiungono i ben noti droni Shahed, e in particolare la versione *Shahed-238*, evoluzione del più celebre *136*: questi droni, ora dotati di sistemi di guida infrarossi e radar, sono in grado di colpire con precisione obiettivi militari o di sopprimere le difese aeree nemiche, cercando e distruggendo le emissioni radar.
La pianificazione strategica iraniana, trapelata attraverso media vicini ai Guardiani della Rivoluzione, delinea uno scenario di guerra a tutto campo che non si limita al confronto cinetico. Il documento, diffuso dall’agenzia Tasnim, descrive una risposta immediata a un eventuale attacco preventivo statunitense contro siti nucleari o militari: una prima ondata di missili balistici e droni sarebbe lanciata contro le basi regionali americane con l’obiettivo di saturare e mettere in crisi le difese aeree. A questa, farebbe seguito l’attivazione coordinata dei proxy regionali, il cosiddetto asse della resistenza: Hezbollah dal Libano, le milizie sciite in Iraq e Siria, e gli Houthi yemeniti, questi ultimi già capaci di colpire il traffico marittimo nel Mar Rosso e di lanciare missili verso Israele. Una strategia, questa, che punta ad allargare il conflitto e a complicare la risposta americana, costringendo il Pentagono a dividere le proprie forze su molti fronti.




