Trump: “Offriamo un accordo equo, ma se l’Iran rifiuta distruggeremo centrali e ponti”
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Redazione Esteri
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La pace con l’Iran, per usare le sue testuali parole, “ci sarà, con le buone o con le cattive”. Donald Trump, tornato a esprimersi in merito al conflitto con Teheran, ha lanciato l’ennesimo ultimatum: accettare le condizioni statunitensi o assistere alla distruzione sistematica delle infrastrutture del paese. Il presidente, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, ha sottolineato come la controparte abbia commesso una “grave violazione” del cessate il fuoco in vigore; una violazione che, a suo avviso, non modificherà l’esito finale delle ostilità. La sua proposta, descritta come “molto equa e ragionevole” in un post sulla piattaforma Truth Social, non lascia spazio a interpretazioni: se gli ayatollah rifiuteranno, gli Stati Uniti procederanno a “eliminare ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte” presente sul territorio iraniano. Una retorica, questa, che mescola la speranza di una soluzione diplomatica alla minaccia concreta di una devastazione mirata, volta a paralizzare la vita civile e l’economia del nemico.
Il braccio di ferro nello Stretto di Hormuz e la mediazione pakistana
Mentre la delegazione statunitense si prepara a volare verso Islamabad per quello che potrebbe essere un secondo round negoziale decisivo, Teheran ha posto le sue condizioni per tornare al tavolo. Non ci sarà alcun colloquio, scrive l’agenzia di stampa Tasnim – affiliata al delle Guardie della Rivoluzione Islamica – finché non verrà revocato il blocco navale imposto da Washington nei pressi dello Stretto di Hormuz. La situazione in questo snodo cruciale per il commercio energetico globale rimane tesa: da sabato pomeriggio, i Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato lo Stretto “chiuso” fino a nuovo ordine, intimando a qualsiasi imbarcazione di non spostarsi dagli ancoraggi nel Golfo Persico e nel Mare di Oman. Una chiusura, quella annunciata dai militari iraniani, che rappresenta una chiara rappresaglia per la mancata revoca dell’embargo navale statunitense, nonostante le aperture parziali annunciate nei giorni precedenti. Da parte sua, Trump ha ribadito che il blocco a stelle e strisce rimarrà “in piena efficacia” fino alla firma di un accordo, accusando Teheran di voler “ricattare” l’amministrazione americana usando la leva del traffico marittimo.
La strategia della tensione e la “situation room”
Nonostante il linguaggio da ultimatum, lo stesso presidente ha provato a smorzare i toni solo poche ore dopo, definendo le conversazioni in corso come “ottime”. Un’apparente contraddizione – tipica del suo stile negoziale – che rivela la duplice anima di questa fase del conflitto. Se da un lato Trump mostra ottimismo sul processo diplomatico (“hanno delle ottime conversazioni in corso”, ha dichiarato riferendosi ai suoi inviati), dall’altro ha prontamente convocato la “situation room” per aggiornare i piani di guerra qualora i negoziati dovessero fallire. L’obiettivo dichiarato, in questo caso, sarebbe quello di “mettere a terra” le minacce infrastrutturali, colpendo non solo le centrali ma anche i ponti che collegano le principali città iraniane. Una pressione che, come noto, mira a isolare ulteriormente Teheran, mentre gli analisti internazionali ricordano come l’Iran abbia già mostrato segni di cedimento sul programma nucleare, pur continuando a negare qualsiasi volontà bellica nelle sue intenzioni atomiche.
Le condizioni iraniane e l’impasse diplomatica
Sulla scia delle dichiarazioni del tycoon, Teheran ha ribadito che la sua posizione non è cambiata: nessun negoziato diretto se prima non verranno sciolti i nodi relativi al blocco navale. L’agenzia Tasnim ha fatto sapere che, al momento, non è stata presa alcuna decisione definitiva sull’invio di una delegazione nella capitale pakistana; una scelta che dipenderà esclusivamente dagli sviluppi sul campo e dalle reali intenzioni di Washington. I mediatori pakistani, che nelle scorse settimane erano riusciti a ottenere una fragile tregua di due settimane, si trovano ora a dover gestire una crisi di fiducia profonda. La Casa Bianca continua a sostenere che “un accordo si farà in un modo o nell’altro”, ma l’impasse persiste: mentre gli Stati Uniti chiedono lo smantellamento delle strutture nucleari sensibili e il ritiro delle milizie filo-iraniane dalla regione, Teheran chiede garanzie scritte sulla ricostruzione post-bellica e la sospensione immediata delle sanzioni marittime. Una situazione di stallo che, nelle more dell’incontro di Islamabad, mantiene l’intera regione con il fiato sospeso.




