Iran-Usa, la tregua vacilla e Trump parla di “colpetto” mentre un soccorritore libanese muore in un raid
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Redazione Esteri
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Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, pur rimanendo tecnicamente in vigore, mostra crepe sempre più profonde. A gettare ulteriore benzile sul fuoco, metaforicamente parlando, ci ha pensato il presidente Donald Trump, che ha definito gli ultimi scambi d’artiglieria – quelli che stanno di fatto minando il percorso verso un accordo stabile e la riapertura del cruciale Stretto di Hormuz – come “solo un colpetto”. Una dichiarazione che, se da un lato mira a ridimensionare la portata dello scontro, dall’altro sembra quasi normalizzare un’escalation che molti osservatori, sul campo, descrivono in termini ben più gravi. “Non è un’escalation, ma semplice difesa”, ha aggiunto il presidente americano, tentando di incasellare i raid contro installazioni iraniane in una logica di reazione proporzionata.
Teheran accusa Washington: “Violato il cessate il fuoco”
Dall’altra parte dello schieramento, la posizione è diametralmente opposta. Un portavoce delle forze armate di Teheran ha accusato apertamente gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco stipulato l’8 aprile, quel primo, flebile segnale di distensione seguito allo scoppio del conflitto – iniziato il 28 febbraio – e che molti speravano potesse portare a una de-escalation duratura. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità iraniane, i militari statunitensi avrebbero preso di mira una petroliera iraniana in movimento, intercettata mentre navigava nelle acque costiere della Repubblica islamica. Non solo: un secondo attacco, sempre secondo il portavoce, avrebbe coinvolto un’altra nave in ingresso nello Stretto di Hormuz, precisamente di fronte al porto emiratino di Fujairah, un nodo logistico di straordinaria importanza per i flussi petroliferi globali.
Il Comando Usa (Centcom) parla di autodifesa e raid di risposta
A controbattere le accuse iraniane è stato il Comando statunitense per il Medio Oriente, meglio noto come Centcom. In una nota ufficiale, i vertici militari americani hanno spiegato di aver intercettato quelli che hanno definito “attacchi iraniani non provocati” ai danni di tre proprie navi impegnate nell’attraversamento dello Stretto di Hormuz verso il Golfo. Ne sarebbe conseguita una risposta armata, descritta come legittima difesa, concretizzatasi in raid mirati contro installazioni militari iraniane. La narrazione americana, quindi, è quella di una reazione obbligata, necessaria per proteggere i propri mezzi e i propri uomini, mentre l’amministrazione Trump continua a ripetere che il cessate il fuoco, sulla carta, non è stato infranto. Una contraddizione solo apparente, visto che Teheran la pensa esattamente al contrario.
Un soccorritore libanese ucciso dall’Idf mentre si allarga il raggio dei bombardamenti
Il quadro, già complesso, si complica ulteriormente con notizie che arrivano dal Libano, paese che – sebbene teatro separato di tensioni – è inevitabilmente risucchiato nel vortice regionale. Secondo quanto riportato dalla Protezione civile libanese e ripreso da testate come Al-Jazeera e Iran International sui loro canali social, un soccorritore del libanese è stato ucciso da un attacco aereo israeliano nel sud del paese. Il raid, effettuato verosimilmente con un drone, avrebbe centrato un camion lungo una strada che porta a Kfarchouba. Non si è trattato di un episodio isolato: l’artiglieria israeliana starebbe infatti bombardando la periferia di al-Mansouri e Byout el-Saiyad, estendendo il fuoco fino alla costa della zona al-Mansouri-Hamra. La morte del soccorritore, figura per definizione protetta nei conflitti, aggiunge un tassello drammatico a una crisi dove le tregue si rivelano fragili e gli attori in campo moltiplicano le loro azioni, con il rischio concreto che ogni singolo “colpetto” – per usare le parole di Trump – possa tramutarsi in una nuova, incontrollabile esplosione di violenza.




