Hormuz, il “colpetto” di Trump e le accuse iraniani all’Onu: raid e contro raid nel braccio di ferro sul petrolio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il pentagono parlava di obiettivi legittimi, parte di un blocco navale che gli Stati Uniti conducono ormai da mesi nello Stretto di Hormuz; Donald Trump, invece, ha scelto di ridimensionare l’ultima serie di attacchi contro petroliere iraniane definendoli, in un’intervista alla Abc, niente più che “un colpetto amorevole”. Una formula, quella del presidente americano (“just a love tap”), che sembra voler tenere in piedi una narrazione paradossale: i blitz di rappresaglia – condotti dopo che alcuni cacciatorpediniere erano stati presi di mira sempre in quelle acque – non avrebbero infranto il cessate il fuoco ancora formalmente in vigore. Allo stesso modo, Trump ha liquidato gli attacchi compiuti dall’Iran contro tre navi da guerra statunitensi definendoli “una sciocchezza”, come se i fumi alzarsi dai ponti delle petroliere fossero soltanto un incidente di percorso in un conflitto che nessuna delle due capitali vuole ufficialmente dichiarare.

La lettera di Iravani al Consiglio di Sicurezza: “Conseguenze catastrofiche”

Proprio su questo scarto retorico si è innestata la reazione formale della delegazione iraniana alle Nazioni Unite. Il rappresentante Saeed Iravani, in una lettera indirizzata sia all’Onu sia al Consiglio di Sicurezza, ha denunciato le “continue azioni militari statunitensi” nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, avvertendo che rischiano di produrre conseguenze catastrofiche destinate a estendersi ben oltre la regione. Lui, Iravani, ha condannato in particolare gli attacchi di giovedì sera contro due petroliere iraniane – colpite mentre si trovavano lungo le coste nazionali – e contro altre località costiere, chiedendo al Consiglio di prendere atto di una tensione che, a suo dire, minaccia già la pace e la sicurezza internazionali.

Il video del Centcom e i raid sui fumaioli delle petroliere

Il racconto degli Stati Uniti, per certi versi speculare, si basa su un video diffuso dal Comando centrale (Centcom). Le immagini mostrano due petroliere – la M/T Sea Star III e la M/T Sevda, entrambe battenti bandiera iraniana e, secondo la versione americana, senza carico a bordo – mentre del fumo si alza dalle loro strutture. A colpirle, spiega Centcom, è stato un caccia F/A-18 Super Hornet della Marina, il quale ha miravolontariamente ai fumaioli delle navi: l’obiettivo dichiarato era impedire che le due imbarcazioni raggiungessero un qualsiasi porto iraniano, nell’ambito del blocco navale imposto dagli Stati Uniti. L’episodio, però, arriva all’indomani di un precedente scambio di colpi sempre nello Stretto; i militari iraniani hanno sostenuto che quello scambio fosse stato a sua volta innescato da un primo attacco americano a un’altra petroliera, in una catena di rappresaglia che rischia di autoalimentarsi.

Le trattative parallele: una bozza per 30 giorni di tregua nello Stretto

Eppure, mentre i caccia decollano e le lettere volano verso New York, sullo sfondo si muove un secondo registro, fatto di canali diplomatici rimasti aperti. Funzionari iraniani hanno confermato che Washington e Teheran stanno discutendo una proposta statunitense articolata in una sorta di “pagina di tregua”: l’idea sarebbe quella di sospendere le ostilità per trenta giorni, riaprire lo Stretto ai traffici – con regole da definire – e utilizzare quella finestra temporale per provare a negoziare un’intesa più ampia. Un tentativo, quest’ultimo, di riportare la crisi dentro argini negoziali prima che il “colpetto” si trasformi in qualcosa di più grave; di fatto, una corsa a due velocità dove la deterrenza militare e la ricerca di un tavolo negoziale proseguono parallele, senza che nessuna delle due abbia finora prevalso sull’altra.

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