Hormuz, raid e accuse. Trump: "Un colpetto". Ma il dialogo prosegue

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua che da circa un mese tiene in scacco le ostilità tra Washington e Teheran, sebbene già in passato messa a dura prova da scaramucce localizzate, ha subito nelle ultime ore una scossa che molti osservatori definirebbero tellurica, non fosse per la retorica nobile e deliberatamente ambivalente del presidente americano. Dopo che tre cacciatorpediniere della Marina statunitense, impegnati in un’operazione di transito nello Stretto di Hormuz, sono stati presi di mira da un’azione coordinata che missili, droni e piccole imbarcazioni ha visto protagonisti, la risposta di Donald Trump non si è fatta attendere. I blitz di rappresaglia, che hanno centrato obiettivi militari iraniani collegati a quelle stesse piattaforme di lancio, sono stati liquidati dal presidente con un’espressione che mischia consueta teatralità e sottile disprezzo: "just a love tap", ovvero un semplice "colpetto amorevole". Un eufemismo, se si considera la potenza di fuoco impiegata, che mira a preservare la narrazione di un cessate il fuoco ancora vivo, nonostante le fiamme e gli scudi alzati da entrambe le parti.

Il paradosso di queste ore, e che rende la situazione nello Stretto così fluida e pericolosa, risiede nella doppia lettura che le cancellerie devono fare degli eventi. Da un lato, il Comando Centrale americano (Centcom) ha diffuso video e comunicati che mostrano l’entità dell’attacco subito – nessuna nave statunitense è stata danneggiata, ci si affretta a precisare -1 – e la "ferma ma misurata" difesa messa in atto. Dall’altro lato, l’Iran ha rigettato l’accusa di essere stato l’aggressore, sostenendo invece di aver risposto a una precedente violazione della tregua da parte americana, che avrebbe incluso attacchi aerei su aree civili sull’isola di Qeshm e il blocco di due petroliere. In questa ridda di accuse, le quali finiscono per confondere le acque più che chiarire la dinamica degli scontri, emerge chiaramente un dato: la tregua di aprile, mediata dal Pakistan, è un organismo malato che respira ancora solo grazie alla volontà politica di chi siede al tavolo, ma i cui polmoni sono ormai gravemente compromessi.

Le petroliere nel mirino e il piano "Freedom Plus"

Se gli scontri diretti tra flotte rappresentano la punta dell’iceberg, ciò che alimenta la tensione latente è la guerra per procura che si gioca sulle rotte commerciali. A dare ulteriore linfa allo scontro, ieri, è stata la conferma da parte del Centcom di aver colpito due petroliere iraniane, battenti bandiera della Repubblica Islamica ma – particolarità da non sottovalutare – completamente vuote. M/T Sea Star III e M/T Sevda, queste le nominazioni delle navi finite nel mirino, stavano tentando di forzare il blocco navale imposto da Washington, un blocco che dalla metà di aprile mira a sezionare il flusso di greggio in entrata e uscita dall’Iran. Utilizzando la potenza di fuoco di un F/A-18 Super Hornet, i militari americani hanno inabilitato i fumaioli delle navi, impedendo loro praticamente di proseguire la navigazione verso un porto controllato da Teheran. Un’operazione chirurgica, insomma, che parla il linguaggio della deterrenza senza cercare l’affondamento, e che si inserisce in una strategia più ampia: al momento, ci riferisce la stampa internazionale, sono già settanta le navi commerciali bloccate o deviate, per un controvalore di greggio che ammonterebbe a tredici miliardi di dollari.

Sullo sfondo di queste operazioni navali, che trasformano quotidianamente il Golfo dell’Oman in un campo minato per i mercantili, si staglia l’ombra di una minaccia negoziale ben precisa. Il presidente Trump, parlando ai giornalisti nei pressi della Casa Bianca prima di salire a bordo del suo elicottero, ha infatti alzato la posta in gioco. Se l’Iran dovesse continuare a nicchiare, rifiutandosi di firmare l’accordo di pace che dovrebbe porre fine allo stato di guerra latente, gli Stati Uniti sono pronti a tornare al "Project Freedom". Con una variante, però, che suona come un ulteriore avvertimento: non il vecchio progetto, ma il "Project Freedom Plus". Cosa significhi quel "Plus" resta avvolto nella nebbia della dottrina trumpiana, ma il messaggio che arriva chiaro a Teheran è che l’opzione militare per riaprire lo Stretto – un passaggio vitale per l’economia globale – non è solo sul tavolo, ma verrebbe implementata con una violenza e una radicalità maggiori rispetto al passato.

La sospensione e l’attesa per la risposta iraniana

L’accenno al "Project Freedom", un’operazione che nelle settimane scorse era stata messa temporaneamente in pausa proprio per favorire lo spazio alla diplomazia promossa dal Pakistan, è la spia di una Casa Bianca la cui pazienza mostra segni di cedimento. Non che la tregua sia ufficialmente morta, badiamo bene: lo stesso Trump tiene a precisare che, per ora, il cessate il fuoco è ancora "in essere". Ma è un cessate il fuoco che somiglia sempre più a una lama tagliente, capace da un momento all’altro di recidere il filo della razionalità. Da una parte, il Pentagono continua a ribadire che non cerca l’escalation, limitandosi a difendere i propri uomini e i propri mezzi; dall’altra, i fatti descrivono una realtà in cui i cacciatorpediniere solcano uno specchio d’acqua pattugliato da mine e imbarcazioni kamikaze, mentre i caccia decollano dalle portaerei per inabilitare petroliere “ribelli”.

La fragilità di questo equilibrio emerge con chiarezza anche dalla reazione iraniana, che oscilla tra la spavalderia e la denuncia formale. Se da un lato i pasdaran rivendicano di aver inflitto "danni significativi" alle navi americane (dichiarazione subito smentita da Washington), dall’altro Teheran ha già fatto recapitare alle Nazioni Unite una lettera di protesta, nella quale definisce le azioni americane come "piracy under international law" e avverte che la prosecuzione di queste manovre potrebbe portare a conseguenze catastrofiche per l’intera regione. Una strategia a due livelli, quella della Guida Suprema, che cerca di guadagnare tempo mentre i mediatori lavorano al testo di un accordo che – lo si capisce dalle richieste – è ancora lontano dal risolvere i nodi cruciali, a cominciare dal programma nucleare e dalla libertà di navigazione. Il tempo, in questo frangente, è l’unica variabile davvero preziosa.

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