Usa-Iran, la tregua vacilla: raid e contro-raid nello Stretto di Hormuz
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Redazione Esteri
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La tensione tra Stati Uniti e Iran, anziché placarsi, sembra aver cambiato semplicemente registro, passando dalla guerra dichiarata a una serie di azioni militari che si susseguono a ritmo serrato nello Stretto di Hormuz. I raid statunitensi nella zona, condotti con la consueta precisione tecnologica che i filmati del Comando Centrale mostrano in dettaglio, si inseriscono in un quadro di reciproche accuse di violazione del cessate il fuoco che le due parti si scambiano ormai quotidianamente.
A complicare ulteriormente il quadro internazionale, si aggiunge la situazione libanese, dove le ultime ventiquattr'ore hanno registrato un movimento inatteso sui cartelloni pubblicitari della strada per l'aeroporto di Beirut, diventati improvvisamente il simbolo di un cambio di rotta politico piuttosto che di un semplice aggiornamento pubblicitario.
Il patto di dieci giorni fa e le prime crepe
È passato poco più di un giorno dalla firma in Svizzera del memorandum of understanding tra Washington e Teheran, un accordo che avrebbe dovuto gettare le basi per una distensione nei rapporti tra i due Paesi; e invece, già in queste ore, la tregua sembra essere un ricordo lontano. L'escalation militare è ormai palpabile, con i raid che si intensificano e le diplomazie che arrancano nel tentativo di ricucire uno strappo che rischia di diventare definitivo.
La situazione è resa ancora più fluida dalle dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha parlato di "inizio dell'inizio" per un processo che, nelle sue ambizioni, dovrebbe portare a una pace duratura, ma che per ora produce solo fumo e macerie.
Libano, il vento cambia tra cartelloni e ritiri
Nel frattempo, il Libano offre un contraltare interessante, e per certi versi sorprendente, alla tensione che si respira nel Golfo. Il ministero dell'Interno libanese ha ordinato la rimozione dei manifesti con i volti della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei e di suo padre, che erano stati affissi dai sostenitori di Hezbollah lungo la via per l'aeroporto di Beirut. Al loro posto, sono comparsi gigantografie con la scritta "Libano prima di tutto", un chiaro segnale di rivendicazione della sovranità nazionale che si contrappone all'influenza storica di Teheran.
Non si tratta solo di una questione simbolica: questo gesto, infatti, si accompagna all'annuncio delle prime due zone da cui l'esercito israeliano si ritirerà e a una condizione politica che suona come un'autentica svolta, ovvero il riconoscimento, da parte libanese, del diritto d'Israele a esistere.
La nuova geografia politica e il ruolo di Hezbollah
Le implicazioni di questa svolta, sebbene ancora tutte da verificare sul campo, sono enormi. La rimozione dei cartelloni di Khamenei è un gesto che parla più di mille dichiarazioni ufficiali e che testimonia una crescente insofferenza verso le ingerenze esterne, in un momento in cui il Paese dei Cedri è chiamato a fare i conti con la ricostruzione interna e con il delicato dossier del disarmo di Hezbollah.
L'accordo quadro, composto da quattordici punti, prevede passaggi complessi e la sensazione è che la partita vera si giocherà proprio sulla capacità del governo libanese di imporre la propria autorità su tutte le fazioni, a partire da quelle vicine all'Iran. Se la "vittoria" sia di Bibi Netanyahu o la "resa" di Beirut, come qualcuno ha frettolosamente titolato, è ancora presto per dirlo; quel che è certo è che l'intero equilibrio del Medio Oriente sembra essere sottoposto a una pressione tale da far vacillare anche le tregue più solide.
In questo quadro di fuoco incrociato, la comunità internazionale osserva con preoccupazione l'evolversi degli eventi, consapevole che ogni singolo raid, ogni dichiarazione e ogni mossa simbolica rischiano di innescare una reazione a catena. La guerra a Gaza sullo sfondo, e le sorti del Libano che si intrecciano con quelle dello Stretto di Hormuz, dipingono una regione in cui il confine tra pace e conflitto armato è ormai labile e può essere superato in un istante.
La scelta dell'Iran di alzare la posta proprio mentre gli Stati Uniti conducono i loro attacchi dimostra quanto la strategia di Teheran sia ancora ancorata alla logica della deterrenza, mentre Washington, con la sua potenza di fuoco, cerca di dettare le regole del gioco. E intanto, a Beirut, si cambiano i manifesti.




