Il raid a Hormuz, le petroliere colpite e quel «love tap» di Trump che non ferma il dialogo
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Redazione Esteri
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La tensione nello Stretto di Hormuz non accenna a diminuire, anzi: nelle ultime ore si è registrata un’ulteriore escalation, se così si può definire un’operazione militare che Washington ha liquidato con una metafora quasi affettuosa. Dopo che alcuni cacciatorpediniere americani sono stati presi di mira nelle acque strategiche del Golfo, il presidente Donald Trump ha definito i blitz di rappresaglia contro obiettivi iraniani – e lo ha fatto in un’intervista ad Abc – con l’espressione «just a love tap», un “colpetto amorevole”. Una definizione che, al di là della sua leggerezza lessicale, accompagna un messaggio ben preciso: il cessate il fuoco, secondo la Casa Bianca, è ancora formalmente in vigore. Nella stessa occasione, il capo della Casa Bianca ha liquidato gli attacchi condotti dall’Iran contro tre navi da guerra statunitensi definendoli «una sciocchezza», quasi a voler ridimensionare la portata di uno scontro che, nei fatti, si sta intensificando.
L’incrocio degli scontri e il blocco navale americano
Il quadro operativo, ricostruito sulla base dei comunicati del Comando Centrale (Centcom), parla chiaro: gli Stati Uniti hanno colpito due petroliere iraniane vuote che tentavano di forzare il blocco imposto da Washington alla Repubblica islamica. Sarebbero state disabilitate mentre cercavano di raggiungere un porto in Iran. L’episodio, però, non è isolato: arriva all’indomani di un precedente scambio di colpi sempre a Hormuz, che i militari iraniani attribuiscono a un attacco americano contro un’altra petroliera. La Marina americana, da parte sua, ha reso noto di aver bloccato settanta navi con un carico complessivo di tredici miliardi di dollari in greggio, e Trump ha avvertito Teheran che gli attacchi diventeranno «più forti» se non verrà firmato un accordo di pace. Una minaccia che, per ora, non ha fermato i tentativi di dialogo: funzionari iraniani riferiscono che Washington e Teheran stanno discutendo una proposta statunitense lunga una pagina, il cui obiettivo sarebbe quello di riaprire lo Stretto e sospendere le ostilità per trenta giorni, nella speranza di negoziare un’intesa più ampia per porre fine alla guerra.
Il paradosso delle petroliere ferme e la “giugulare” dell’Iran colpita
Mentre i militari si scambiano colpi e dichiarazioni, lo Stretto di Hormuz offre un’immagine surreale: una flotta di colossali navi cisterna, cariche fino all’inverosimile, galleggia immobile a poca distanza dalle coste iraniane. I radar che monitorano il traffico marittimo globale hanno registrato nelle ultime settimane questo fenomeno insolito, e la spiegazione è amara per Teheran. Non si tratta, infatti, di imbarcazioni in attesa di autorizzazione alla partenza, bensì di veri e propri magazzini galleggianti. L’Iran, attaccato due mesi fa da Stati Uniti e Israele, sta letteralmente affogando nel proprio petrolio: un paradosso che rivela l’efficacia della strategia americana mirata alla “giugulare” dell’economia iraniana, cioè la sua capacità di esportare greggio.
Accuse incrociate e la partita dietro le quinte
L’Iran, dal canto suo, nicchia sul piano statunitense. Pur confermando l’esistenza di contatti, non ha ancora dato una risposta definitiva alla proposta di tregua trentennale che dovrebbe riaprire lo Stretto. E intanto la propaganda incrociata prosegue: Washington sostiene di aver reagito a provocazioni, Teheran ribatte che il primo attacco è stato americano. Quel che è certo – ed emerge dai rapporti militari – è che lo scontro ha già coinvolto decine di navi e che il blocco navale sta soffocando le esportazioni iraniane. I raid americani, per quanto definiti “colpetti”, hanno messo fuori uso diverse petroliere, e la stessa Centcom ha confermato di averle colpite mentre tentavano di forzare l’embargo. Sullo sfondo, rimane il filo di un dialogo: funzionari di entrambe le parti ammettono che si sta discutendo, anche se nessuno pronostica un esito. L’unico dato oggettivo, per ora, è lo stillicidio di azioni e reazioni in quello che resta uno dei punti più caldi del commercio energetico mondiale.




