La ragnatela di Teheran: l’allargamento del conflitto come strategia, non come istinto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si potrebbe essere tentati, osservando la mappa degli attuali scontri in Medio Oriente, di liquidare la risposta iraniana come l’atto di un potere accerchiato che colpisce disperatamente in tutte le direzioni. Un “Muoia Sansone con tutti i Filistei” che rassicurerebbe chi vuole vedere nell’asse di Teheran solo l’impeto, e non il calcolo. Eppure, unendo i puntini tracciati dai missili e dai droni lanciati dal 28 febbraio scorso, emerge un disegno nitido: l’allargamento del conflitto a una dozzina di paesi su un raggio di millenovecento chilometri non è caos, ma l’esecuzione di una precisa strategia militare. Dopo l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele, costata la vita alla guida suprema Ali Khamenei e a centinaia di civili, l’Iran non si è limitato a rispondere colpendo direttamente Israele, ma ha allargato il bersaglio, saturando i cieli e mettendo alla prova le difese di tutti quegli alleati americani nell’area, a partire dai paesi del Golfo.

L’economia della guerra e il peso dei numeri

A determinare la tenuta di questo fronte esteso sarà, secondo gli analisti, un banale quanto spietato confronto aritmetico: chi esaurirà per primo le proprie scorte di proiettili o di intercettori? Le stime parlano chiaro: Teheran avrebbe scatenato oltre mille attacchi, tra missili balistici e droni Shahed-136, contro obiettivi in una dozzina di nazioni. Una pioggia che, se da un lato ha un costo irrisorio per chi la produce – si parla di ventimila dollari per un singolo drone – dall’altro sta prosciugando le casse e i magazzini dei paesi colpiti. Gli Emirati Arabi Uniti, da soli, avrebbero già speso fino a 2,6 miliardi di dollari per abbattere centinaia di minacce, una cifra che è dalle tre alle tredici volte superiore a quella sborsata dall’Iran per lanciarle. Il Kuwait, dal canto suo, ha neutralizzato novantasette missili balistici e duecentottantatré droni, mentre il Qatar ha intercettato decine di velivoli senza pilota e missili. Una difesa antiaerea che funziona, ma a un prezzo insostenibile sul lungo periodo, specialmente se si considera che gli Stati Uniti producono solo settecento missili intercettori Patriot all’anno e che le scorte globali di questi sistemi, fondamentali per la difesa di punto, non sono infinite.

Il fronte aperto degli stati del Golfo

La preoccupazione, nei consigli di guerra dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, è palpabile. Non solo per le proprie infrastrutture petrolifere, diventate un obiettivo primario, ma anche per le basi che ospitano il contingente americano. L’ambasciata statunitense a Città del Kuwait è stata avvolta dalle fiamme dopo un attacco, e le basi aeree in Qatar, Bahrain ed Emirati sono state nel mirino dei missili di Teheran. Questa estensione geografica senza precedenti, la più ampia dalla Seconda guerra mondiale, sta costringendo i governi locali a rivedere le proprie dottrine difensive. L’ipotesi che l’Arabia Saudita, con la sua flotta di centoquarantanove F-15 e settantuno Eurofighter Typhoon, o gli stessi Emirati, con i loro settantotto F-16 Block 60, possano essere trascinati in un conflitto diretto non è più così remota. La loro aviazione, forte di seicentosettantadue velivoli da combattimento, potrebbe raddoppiare la forza d’urto di Israele e Stati Uniti, accorciando drasticamente i tempi dell’operazione, ma esponendoli a una rappresaglia certa.

La tenuta dell’apparato dopo la decapitazione

A Londra, l’analista Giorgio Cafiero osserva come la struttura del potere iraniano sia stata costruita per incassare colpi durissimi. “Decapitare il regime non è servito a niente”, sostiene, o almeno non ha prodotto l’effetto sperato del collasso immediato. L’uccisione di Khamenei, per quanto trauma inaudito, non ha disarticolato le istituzioni, che anzi, nel breve periodo, appaiono più compatte che mai, con i pasdaran saldamente al comando dell’apparato di sicurezza. Questo non significa che la Repubblica Islamica possa vincere una guerra di logoramento contro la potenza americana, ma certamente dimostra che la sua capacità di nuocere, di allargare la ragnatela, è ancora intatta. Se l’obiettivo di Trump e Netanyahu era fiaccare Teheran in poche settimane, la realtà dei fatti racconta di un conflitto che si espande e si radica, coinvolgendo attori sempre nuovi e trasformando l’intera regione in un campo di battaglia dove il numero di droni e missili a disposizione scriverà la parola fine. E mentre gli esperti discutono di strategie, sui monti dello Hormuz le petroliere continuano a bruciare.

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