«Non pensavamo di creare un affare di Stato»: Conti, la scelta di Pucci e la rinuncia che ha travolto Sanremo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Che Carlo Conti sia uomo abituato a smussare gli angoli, capace di manovrare il lessico della conciliazione con la disinvoltura di chi la televisione la maneggia da decenni, è cosa nota. Tuttavia, neppure il direttore artistico del Festival, nel giorno in cui annunciava il nome di Andrea Pucci per la terza serata dell’Ariston, poteva prevedere che quell’invito — pensato, e lo ha ripetuto più volte, «solo perché riempie i teatri» — si sarebbe trasformato in una bufera capace di lambire le stanze della politica. Ospite di Fiorello a La Pennicanza su Radio2, Conti ha affidato alla complicità del collega siciliano il tentativo di ricucire una vicenda che ormai gli è scivolata di mano, ammettendo candidamente la propria estraneità rispetto alle coordinate del dibattito pubblico contemporaneo: «Non vado a vedere cosa uno scrive sui social, da questo punto di vista sono negato». E quella negazione, che potrebbe suonare come ammissione di limite, cela in realtà la distanza abissale tra il mondo della produzione televisiva classica — fatta di palchi, platee e sold out — e una macchina del consenso che ormai macina reputazioni attraverso algoritmi e post virali.

La defezione di Pucci, consumatasi all’indomani degli annunci, ha assunto immediatamente i contorni del caso nazionale, e non è certo un caso che l’azienda pubblica sia stata costretta a diffondere una nota ufficiale per esprimere «grande rammarico» e, contestualmente, denunciare «il clima di intolleranza e violenza verbale» che avrebbe indotto il comico a proteggersi da minacce e insulti piovuti — racconta lui — sulla propria persona e sulla propria famiglia -7. L’artista milanese, dal canto suo, ha motivato il passo indietro con una riflessione che sa di resa: «Il termine fascista nel 2026 non dovrebbe esistere più», ha dichiarato, cercando di spogliare la polemica dalla sua natura politica per riportarla a una generica condanna dell’odio -1. Ma il punto, semmai, è proprio questo: nel momento stesso in cui si definì, tempo fa, «comico di destra», Pucci ha accettato di farsi assegnare una casella identitaria che il pubblico — e una certa politica — non hanno mai smesso di sorvegliare -9.

Il peso del non allineamento e il paradosso del comico scomodo

La riflessione che emerge dalle colonne del dibattito, più articolata della semplice cronaca della lite social, investe la natura stessa del diritto di parola nello spettacolo contemporaneo. Per Antonio Maria Rinaldi, intervenuto sulle frequenze di Radio Radio, la vicenda non riguarderebbe affatto la qualità della proposta artistica di Pucci, bensì il suo essere percepito come «non allineato»: un’etichetta, questa, che funzionerebbe da marchio d’infamia in un ecosistema mediatico dove la satira non è più esercizio di libertà, ma privilegio concesso a patto di appartenere alla «parte giusta» -6. Né manca, in questa lettura, il riferimento a disparità di trattamento che alimentano il sospetto di una doppia morale: «Pucci non può fare mezzo minuto a Sanremo — hanno osservato — mentre chi umilia un collega in prima serata resta al suo posto». La precisazione corre sull’onda di memoria recente, ma la sostanza è che il confine tra critica legittima e aggressione deontologica appare, oggi, disegnato con inchiostro simpatico: visibile solo ad alcuni.

La dimensione istituzionale e quel richiamo alla seconda carica dello Stato

A rendere il caso politicamente incandescente, però, è stato il riverbero delle dichiarazioni che dalla radio si sono propagate fino a Palazzo. Conti, pur di stemperare la tensione, ha lasciato cadere una frase che gli è costata cara: «Non pensavamo di creare un affare di Stato», ha detto quasi sottovoce, quasi parlando tra sé -7. Eppure, l’affare di Stato si è materializzato ugualmente, perché nelle pieghe del racconto è affiorato il nome della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dell’altra seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa. Non è chiaro, né sarebbe corretto inferire, quale coinvolgimento diretto possano aver avuto le istituzioni in una vertenza che riguarda formalmente l’autonomia artistica di una televisione pubblica; quel che è certo, però, è che la macchina della comunicazione politica ha intercettato il caso e lo ha fatto proprio, trascinandolo in un territorio in cui le barzellette — anche quelle meno raffinate — smettono di essere semplici barzellette.

La macchina del Festival e l’ombra della censura selettiva

C’è, infine, un nodo che riguarda il ruolo stesso del Servizio pubblico radiotelevisivo e il suo rapporto con la libertà d’espressione. La Rai, nei comunicati ufficiali, ha preso le distanze dal «clima d’intolleranza» e ha usato senza esitazione la parola «censura» -7. Diego Fusaro, nel commentare la vicenda, ha operato una distinzione sottile ma decisiva: non si tratterebbe di una censura formale, poiché la rinuncia è stata formalmente volontaria; piuttosto, di un «controllo simbolico» che il potere mediatico esercita stabilendo, a monte, chi abbia Titolo per salire su un palco e chi no -6. Che a decidere non sia più, o non soltanto, un direttore artistico con i suoi gusti e le sue frequentazioni, ma un tribunale diffuso e opaco, è circostanza che solleva interrogativi inquietanti. Conti, dal microfono di Fiorello, ha chiuso con un sospiro: «Mi dispiace molto per Andrea, sia dal punto di vista umano che professionale. È stata una sua scelta autonoma» -7. E questa autonomia, reale o presunta, è oggi il centro di una disputa che travalica Sanremo e investe il modo in cui, in Italia, si decide chi può ridere e di chi si può ridere.

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