Meloni replica ai manifesti “Quando c’era lei”: «Non mi hanno irritata, sono efficaci»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Giorgia Meloni ha scelto la posta diretta, senza filtri o presunte fonti di palazzo, per rispondere a una campagna che avrebbe potuto incrinare la sua abituale compostezza pubblica – e invece, a suo dire, non l’ha minimamente scalfita. La presidente del Consiglio, in una lettera indirizzata al direttore del quotidiano La Stampa, ha smentito con secchezza la ricostruzione di un retroscena che la voleva furiosa di fronte ai cartelloni comparsi nelle stazioni di Roma e Milano, dov’è stampata la frase “Quando c’era lei”. Quella stessa frase, come molti avranno notato, riprende i canoni dell’iconografia fascista, un dettaglio che Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha trasformato in un’arma di provocazione politica senza però mai nasconderne la natura volutamente stridente.

Lontana dall’irritazione che qualche cronista aveva descritto quasi come una sceneggiata da backstage governativo, Meloni ha ribaltato la prospettiva: «L’ho trovata molto efficace», ha scritto, riferendosi proprio alla campagna del rivale. Un’efficacia che, nelle sue parole, non equivale certo a condivisione, ma piuttosto a un riconoscimento dell’impatto comunicativo. La premier ha approfittato dell’occasione per liquidare con un certo fastidio – ma senza mai alzare il tono – le “ricostruzioni da film” sulle quali, secondo lei, il quotidiano torinese avrebbe costruito un pezzo farcito di virgolettati inventati e retroscena inverificabili. «Non è vero che mi ha irritato», ha ribadito, «così come non è vero che qualcuno a Palazzo Chigi abbia chiesto spiegazioni al Mit».

La smentita senza intermediari e l’affondo sulla stampa

L’episodio, in apparenza marginale se paragonato alle sfide economiche e internazionali che un capo di governo deve affrontare quotidianamente, si è trasformato in un banco di prova per il rapporto tra potere esecutivo e informazione. Meloni ha scelto di sbugiardare La Stampa in prima persona, firmando una replica che non lascia spazio a interpretazioni: «Mi occupo dei problemi concreti, non di sciocchezze». Una frase che suona come una bordata, ma che al contempo rivela quanto quella “sciocchezza” dei manifesti – a suo modo – abbia comunque richiesto una smentita ufficiale. Del resto, la stessa campagna di Renzi era partita con l’obiettivo dichiarato di essere «una provocazione ma anche una denuncia concreta dell’immobilismo del Governo Meloni», un’accusa che nessun presidente del Consiglio può permettersi di ignorare del tutto.

Dall’altra parte, Renzi ha incassato la replica quasi come un assist: «Ora avanti senza censura», ha commentato, lasciando intendere che i cartelloni resteranno al loro posto e che, anzi, potrebbero moltiplicarsi. La sua Italia Viva, del resto, aveva già spiegato di aver lanciato internamente un progetto «scherzoso» sul “quando c’era lui / quando c’era lei”, con tanto di dati sui risultati del governo – stipendi, puntualità dei treni, debito pubblico, fuga dei giovani all’estero – giustapposti alla sagoma della premier. Un gioco, sostiene Renzi, ma anche un termometro di quel malcontento che i sondaggi misurano in modo più asettico.

La scena in stazione e il dettaglio che nessuno ha voluto commentare

C’è poi un frammento di cronaca quasi surreale, che però aiuta a capire la potenza virale dell’iniziativa. Un pendolare, «legge di sfuggita» il cartellone mentre attraversa una stazione affollata – racconta la nota interna poi finita sulle agenzie – e si ferma «interdetto», bloccando il flusso di chi gli cammina dietro. Nessuna rissa, nessun tafferuglio, solo quella piccola paralisi quotidiana che i manifesti ben riusciti sanno provocare. Meloni, nella sua lettera, non ha commentato l’aneddoto. Ma ha voluto ribadire di essere «tra le persone più contestate nella storia d’Italia», quasi a dire che un cartellone, per quanto beffardo, non può scalfire una corazzata già abituata a ben altre bordate.

La scelta di non modificare la campagna, anzi di suggerire a Italia Viva di proseguire sulla stessa linea («suggerisco a Italia Viva di non modificare la campagna»), ha qualcosa di paradossale: la leader del partito di maggioranza relativa che incoraggia l’opposizione a tenere duro sulla propria critica. Ma è proprio in questo paradosso, forse, che si misura la posta in gioco. Non c’è stata alcuna richiesta di rimozione dei cartelloni, nessuna telefonata iraconda a qualche sottosegretario ai Trasporti, nessun tentativo – almeno ufficialmente – di usare la leva istituzionale per far sparire quelle immagini.

Una campagna che non arretra e un governo che fa finta di nulla

Mentre i pendolari continuano a incrociare lo sguardo austero della premier affiancato dalla frase d’altri tempi, dentro Palazzo Chigi si fa sapere che l’unica reazione possibile è quella della dismissione bonaria. «Non mi hanno irritata, sono efficaci» resta il messaggio chiave, e su questo Meloni non ha intenzione di tornare. D’altronde, ammettere il contrario avrebbe significato consegnare a Renzi una vittoria ancor più grande: quella di aver trovato il punto esatto dove la corazza del presidente del Consiglio si incrina.

L’iniziativa di Italia Viva, intanto, si allarga. I manifesti continueranno a comparire, e nessun ufficio tecnico del Mit ha ricevuto indicazioni di alcun tipo. La partita, se di partita si può parlare trattando di cartellonistica ferroviaria, si gioca tutta sul terreno della percezione. E lì, forse, Renzi ha già ottenuto ciò che voleva: far sì che qualcuno, anche solo per un istante, si fermi davanti a un manifesto e pensi a “quando c’era lei”. Anche se poi riprende a correre per non perdere il treno.

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