La base Maga mette le catene a Trump: sul palco del Cpac la rivolta contro la guerra in Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   DALLAS – Joe Kent, nelle ultime ore, è stato un ospite conteso da podcast, programmi televisivi e radiofonici: l’ex responsabile della lotta al terrorismo, che si è dimesso la scorsa settimana in segno di protesta contro il conflitto in Iran, è diventato l’emblema di una frattura che, silenziosamente, sta ricomponendo gli equilibri interni al trumpismo. Il presidente, dal canto suo, non ha mostrato alcun rammarico per quell’addio, liquidando Kent come figura “troppo debole” per il movimento, ma il dato politico – che emerge con chiarezza dai corridoi del Cpac di Dallas – racconta una storia diversa. Qui, tra cappellini rossi e bandiere a stelle e strisce, il popolo Maga è arrivato da ogni angolo degli Stati Uniti per ascoltare i propri beniamini, eppure il convitato di pietra di questa edizione, sui generis per la concomitanza con le elezioni di midterm di novembre, è proprio il conflitto iraniano: una voragine che rischia di inghiottire il consenso attorno al presidente.

Camminando tra gli stand del grande centro congressi alle porte di Dallas, si percepisce un’unità di facciata che cede il passo a distinguo sempre più netti. Il messaggio che riecheggia tra le file dei sostenitori più accaniti – “basta guerre imperiali” – è lo stesso che ha spinto un veterano come Joseph Bolick, presente all’evento, a dichiararsi tradito da una promessa non mantenuta. Non si tratta di un’eccezione, ma di un sentimento che ha trovato voce persino sul palco principale, dove l’ex deputato Matt Gaetz ha tuonato contro l’ipotesi di un’invasione di terra, definendola una scelta che renderebbe il Paese “più povero e meno sicuro”. È una spaccatura ideologica che si manifesta nella contrapposizione tra chi, come il senatore Lindsey Graham, spinge per la distruzione totale del potenziale offensivo di Teheran, e chi invece, come la deputata Nancy Mace, accusa l’amministrazione di essere stata “ingannata” sulla natura di questa operazione.

La tensione, del resto, è alimentata da una realtà economica che sta erodendo il consenso ben più velocemente di qualsiasi polemica geopolitica. L’impennata del costo della vita, legata alla crisi energetica scatenata dal conflitto, è diventata il termometro della disaffezione: un recente sondaggio Reuters/Ipsos ha registrato un crollo della popolarità di Trump al 36%, e tra i fattori determinanti – insieme all’immigrazione e alla politica estera – il dato più preoccupante per la Casa Bianca è l’impatto diretto dei rincari sul bilancio delle famiglie americane. Non a caso, la stessa base Maga – quella che dovrebbe rappresentare il bastione più solido della presidenza – mostra segnali di cedimento: secondo un’analisi della CNN, la percentuale di repubblicani che disapprova la gestione trumpiana del “costo della vita” è salita dal 27 al 34% in poche settimane. È su questo crinale, tra l’isolazionismo storico del movimento e la necessità di sostenere un presidente in carica, che si gioca la partita più delicata.

Se Israele, con Benjamin Netanyahu, ritiene ancora prematuro chiudere i conti con l’Iran – sostenendo che la demolizione del potenziale offensivo non sia completa –, Donald Trump sembra invece intravedere i pericoli di una deriva prolungata del conflitto. A spingerlo verso una rapida chiusura non è solo la diplomazia, ma il fuoco amico proveniente dai suoi stessi ranghi. La divergenza tra Washington e Tel Aviv, in questo senso, è figlia di un dibattito interno alla Casa Bianca che vede contrapposti i falchi della sicurezza nazionale a coloro che, come alcuni influenti opinionisti del Maga (da Tucker Carlson a Megyn Kelly), hanno iniziato a definire questa guerra “la guerra di Israele”. La loro critica, mossa da una piattaforma mediatica che raggiunge milioni di seguaci, agisce come una camicia di forza ideologica per il presidente, costringendolo a navigare tra le pressioni di un establishment che chiede fermezza e una base che si sente tradita.

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