La pazienza di Giobbe e il «lecchinaggio»: perché Caressa adesso alza la voce con Adani e il circo di «Viva el futbol»
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Redazione Sport
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La scintilla, se così si può definire l’ennesima bordata verbale partita dal palcoscenico del podcast «Viva el Futbol», è scoccata come al solito senza troppi orpelli retorici. Antonio Cassano, in quella che ormai è diventata una consuetudine più teatrale che sportiva, ha indicato Fabio Caressa tra i responsabili di un presunto baratro in cui sarebbe sprofondato il calcio italiano, accusandolo – insieme ad altri colleghi come Bergomi e Zazzaroni – di un «lecchinaggio» sistematico e di un conflitto di interessi morale. Eppure, ciò che poteva essere liquidato come una scaramuccia da social network ha assunto una piega diversa, più stratificata e significativa, quando il diretto interessato ha rotto il silenzio. Caressa, che fino a ieri aveva glissato sulle provocazioni, ha scelto un registro apparentemente pacato ma in realtà micidiale: non tanto per rispondere a Cassano, che ha liquidato con un distaccato «poveraccio» e la metafora del passante importunato da uno sconosciuto sull’altro marciapiede, quanto per rivolgere una domanda precisa a un altro protagonista di quelle serate, Lele Adani. Il bersaglio, cioè, non è l’insulto in sé, ma la complicità silenziosa di chi quegli insulti li ascolta da spettatore privilegiato senza mai alzare un sopracciglio.
La stoccata a Adani e il «brand» che non si può spegnere
Ed è qui che il ragionamento di Caressa si fa più articolato, abbandonando il piano della semplice ripicca per approdare a un terreno minato: quello delle responsabilità contrattuali e deontologiche. Il telecronista, con una carriera trentennale alle spalle, ha ricordato un fatto elementare ma spesso rimosso nel frastuono dei «dissing» quotidiani. Noi, ha spiegato, siamo personaggi pubblici che camminano con un marchio cucito addosso come una seconda pelle; quando si lavora per colossi come Sky o, nel caso di Adani, per un servizio pubblico come la Rai, la libertà di frequentare certi salotti verbali non è mai completamente gratuita. La domanda che ha lasciato perplessa più di una redazione è pertanto la seguente: è davvero sostenibile che un volto di punta di Viale Mazzini presenzii settimanalmente a un varietà dove la parola «venduto» viene sventolata come uno striscione e i colleghi vengono fatti a pezzi sistematicamente, senza che l’azienda avverta il bisogno di intervenire? Caressa non ha chiesto la testa di nessuno, ci mancherebbe, ma ha usato il condizionale per sollevare un’ipotesi imbarazzante: dove sta il limite tra la libertà di espressione e la tutela di un’immagine pubblica che non è più solo personale?
L’intervento di Ravezzani e l’accusa alla Rai
Il dubbio, gettato lì come un sasso nello stagno, ha trovato un eco immediato nel mondo dell’informazione sportiva. Fabio Ravezzani, direttore di Telelombardia, non ha avuto esitazioni a raccogliere il guanto di sfida, spostando l’asticella del giudizio da una semplice questione di educazione a una di gestione aziendale. Con la consueta schiettezza, Ravezzani ha scritto che se avesse avuto tra i suoi ospiti un opinionista dedito a frequentare persone che insultano i colleghi in modo «reiterato e volgare», gli avrebbe imposto un aut aut secco: o la smetti o non entri più in trasmissione. Quel «discorso che evidentemente in Rai qualcuno ha paura di fare», con cui ha stigmatizzato l’immobilismo della dirigenza, ha trasformato una polemica di bassa lega in un caso di gestione delle risorse umane. La sostanza, insomma, è che mentre Caressa viene incalzato perché rappresenta un brand che paga le bollette, Adani – che pure ha un ruolo simile – sembra godere di una sorta di immunità parlamentare, come se il cappello da «opinionista libero» potesse magicamente spazzare via il logo del servizio pubblico che porta sul petto.
Parpiglia e il «fight club» social: una tristezza infinita
A osservare il fenomeno dall’esterno, con il distacco di chi di mestiere racconta il gossip, è stato Gabriele Parpiglia. La sua lettura del «fight club» social ha messo in luce una contraddizione stridente che anima questo teatrino quotidiano. Da un lato, Caressa fa mostra di un’indifferenza quasi olimpica nei confronti di Cassano, dall’altro però auspica (sia pure in modo sibillino) che la Rai prenda provvedimenti nei confronti di Adani, suggerendo un’ombra di ipocrisia o quantomeno di incoerenza. Parpiglia parla di «infinita tristezza» di fronte a un meccanismo perverso: quello di trasformare il dibattito calcistico in un’arena dove l’unica regola è colpire per primi, e dove chi subisce l’aggressione finisce per fare lo stesso gioco sporco, chiedendo alla polizia (in questo caso i vertici Rai) di espellere l’avversario. Il risultato, al netto delle ragioni personali, è che il calcio e i suoi protagonisti finiscono per assomigliare sempre più a una telenovela violenta, dove non c’è spazio per l’analisi tattica o per il racconto appassionato, ma solo per il regolamento di conti. E mentre i tifosi comuni cercano di capire chi abbia vinto l’ultimo scambio di battute, i dirigenti restano in attesa, nascosti dietro il paravento del silenzio, lasciando che i loro opinionisti continuino a insultarsi a distanza senza mai doverne rispondere.




