La piazza pulita di Cassano e il “poraccio” di Caressa: l’etica del bancone e i brand sul petto
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Redazione Sport
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Che il clima intorno al calcio parlato fosse surriscaldato, lo si capiva già dai tempi del primo battibecco social; ma la recente esplosione verbale orchestrata da Antonio Cassano ai danni di Fabio Caressa – con tanto di strascico istituzionale che ha coinvolto Lele Adani e il servizio pubblico – ha trasformato quella che poteva essere una semplice schermaglia tra opinionisti in un vero e proprio caso di (presunta) responsabilità professionale. A innescare la miccia, com’è ormai noto, è stato l’ex attaccante barese nel corso dell’ormai celebre format “Viva El Futbol”, diventato un ibrido tra podcast e spettacolo teatrale dove, affiancato da Adani e Nicola Ventola, Cassano ha dato voce a una requisitoria tanto furibonda quanto linguisticamente incerta: ha accusato i Caressa, i Bergomi, gli Zazzaroni e i Sabatini di “lecchinaggio a destra e a sinistra”, sostenendo che costoro stiano “portando il calcio nel baratro”. Per lui, che invoca una sorta di “piazza pulita”, l’unica soluzione sarebbe quella di “resettare con gente che ama il calcio”.
Fabio Caressa, dal canto suo, ha raccolto il guanto – o meglio, lo ha scansato con una certa studiata nonchalance – scegliendo però un registro profondamente diverso rispetto a quello urlato nei teatri. Rispondendo sul proprio canale YouTube, il telecronista di Sky ha infatti liquidato le invettive di Cassano con un’alzata di spalle filosofica, quasi clinica: paragonando la scena a quella di un passante che, dall’altra parte della strada, subisce insulti “sgangherati” da uno sconosciuto, Caressa ha suggerìto di non fermarsi nemmeno a discutere, ma di “tirare dritto” pensando semplicemente “poveraccio, che fine che ha fatto”. Se per l’ex fantasista di Real Madrid e Inter c’è quindi solo compatimento – una sorta di rimozione antropologica – la situazione si fa ben più complessa (e politicamente delicata) quando il discorso cade su Lele Adani.
Ed è qui, infatti, che lo scontro cambia natura: abbandonati i toni da bar sport, Caressa innesta la quarta su un terreno minato, quello della deontologia e delle responsabilità d’azienda. Pur senza mai nominarlo direttamente in un primo momento, il giornalista ha puntato il dito contro la posizione di Adani, che attualmente siede stabilmente anche nei programmi della Rai. La domanda retorica posta da Caressa è, a suo modo, un siluro: siamo proprio sicuri che un servizio pubblico, che vanta “decenni di storia gloriosa” e che ha insegnato il mestiere a un’intera generazione, possa accettare che un suo rappresentante importante sia presente settimanalmente in un luogo (il teatro di “Viva El Futbol”) dove si insultano le persone in modo sistematico, senza che lui dica nulla o, peggio, insulti a sua volta?. È una critica che non lascia spazio a fraintendimenti: per Caressa, indossare il cappello dell’opinionista spregiudicato nel web o a teatro non può far dimenticare il “marchio” che si porta sul petto quando si siede dietro un microfono istituzionale.
La schermaglia, ovviamente, ha attirato l’attenzione di altri addetti ai lavori, pronti a schierarsi o a cogliere le contraddizioni del sistema. Fabio Ravezzani, direttore di TeleLombardia, ha usato i social per dare man forte a Caressa, scrivendo che se avesse tra i suoi ospiti un opinionista che permette a terzi di dare dei “venduti” a colleghi stimati in modo “reiterato e volgare”, gli imporrebbe una scelta secca: “o la fai finita o qui non vieni più”. Il fatto che ciò non avvenga, secondo Ravezzani, dimostra che “in Rai qualcuno ha paura di fare” questo discorso. Dall’altra parte, c’è chi guarda con tristezza a questo fight club social: il giornalista Parpiglia, ad esempio, ha commentato l’amara deriva di un ambiente dove il “dissing” è diventato un leitmotiv quotidiano, quasi un’abitudine prima ancora che un’analisi.




