Il sogno olimpico di Vinatzer si frantuma sulla neve di Bormio: “Sono il perdente di questi Giochi, devo essere più bastardo”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La nevicata che avvolgeva Bormio, quasi una cornice d'atmosfera d’altri tempi, non è bastata a proteggere Alex Vinatzer dal suo destino. Ventitré secondi: tanto è durata la sua Olimpiade nello slalom speciale, l’ultima delle tre gare che avrebbero dovuto consacrare il talento della Val Gardena e che invece si sono trasformate in un’autentica via crucis. Una scivolata, un’inforcata a metà del primo tracciato, e il sipario è calato su un’edizione dei Giochi che il 26enne altoatesino difficilmente potrà dimenticare, se non per il peso specifico delle sue stesse parole. Nel dopo gara, raccolte dai cronisti presenti, le sue dichiarazioni hanno il taglio netto di chi non cerca alibi, di chi si mette a nudo di fronte al proprio fallimento: "Sono il perdente di questi Giochi", ha detto senza mezzi termini, aggiungendo una riflessione che sa di spartiacque, di consapevolezza feroce, un monito rivolto a se stesso per il futuro, "devo essere più bastardo". Un’analisi che prescinde dalla fitta nevicata che imbiancava la pista, condizioni definite uguali per tutti e quindi inaccettabili come giustificazione.

Tre gare, tre delusioni: il peso di una pressione mai gestita

Per Vinatzer, lo slalom di ieri non era che la punta di un iceberg affiorato nelle settimane clou della stagione. Il suo percorso a Milano Cortina 2026 si era già arenato nelle secche della combinata a squadre, dove la medaglia sembrava un miraggio a portata di mano: grazie alla straordinaria prova in discesa di Giovanni Franzoni, la coppia azzurra era in testa, poi lo slalom di Vinatzer ha ingoiato quel sogno, trasformando l’oro in un anonimo settimo posto. E che dire del gigante, disciplina nella quale aveva mostrato progressi incoraggianti? Anche lì, un’uscita nella seconda manche nel tentativo di recuperare il terreno perduto. Tre prove, tre esiti amari, un copione che si ripete e che ha portato il gardenese a guardarsi dentro con uno spirito critico talmente severo da rasentare l’autolesionismo. "Non sono stato all'altezza per tutta la durata dei Giochi", ha confessato, riconoscendo come il peso delle aspettative, quel fardello che un atleta di casa porta sulle spalle, possa aver giocato un ruolo nel suo nervosismo perenne.

Un talento cristallino alla prova dei conti con la realtà

Chi conosce le valli altoatesine e la loro scuola sciistica sa che da lì emergono atleti forgiati in un rapporto quasi simbiotico con la montagna, capaci di trasformare una pista ghiacciata in uno spartito musicale. Vinatzer, poliglotta e appassionato di narrativa giapponese, appartiene a questa genìa, a questa specie rara di slalomisti per i quali la velocità è un’arte. Eppure, il suo palmarès parla di un potenziale enorme, di un bronzo mondiale individuale nel 2023 a Courchevel e di un oro a squadre l’anno successivo a Saalbach, ma anche di quattro soli podi in Coppa del Mondo e di una continuità mai davvero raggiunta. Questa Olimpiade, lungi dall’essere il trampolino di lancio definitivo, ha riproposto l’eterna domanda sul suo conto, quella di un predestinato che sembra inciampare sempre sul più bello. A certificare questo momento no, ci hanno pensato anche le pagelle delle principali testate, con voti impietosi come il tre assegnato da alcuni quotidiani sportivi, che parlano di un atleta “grande incompiuto” in un'Olimpiade definita “disastrosa”.

L’analisi spietata e la ricerca di un nuovo cinismo

Nel suo sfogo, filtrato attraverso il consueto garbo ma attraversato da una durezza inedita, Vinatzer ha toccato un tasto che va oltre la semplice tecnica. Ha parlato di demoni del passato che si riaffacciano nello slalom, di una fiducia da ritrovare, ma soprattutto di una necessità che suona quasi come una rivoluzione interiore: quella di diventare “più bastardo”. Un termine forte, che nel linguaggio dello sport di vertice significa cattiveria agonistica, cinismo, capacità di essere spietati nel momento decisivo, di non farsi sopraffare dalla tensione ma di usarla come carburante. Il riferimento al lavoro con il coach Mauro Pini, un tecnico con cui ha intrapreso un percorso, lascia intendere che la strada è ancora lunga e che la testa, prima ancora delle gambe, necessita di una messa a punto profonda. Il fatto che Giovanni Franzoni, dopo la combinata, avesse provato a caricarlo dicendogli di sciare con la mente libera, rende l’idea di quanto quel blocco mentale sia stato evidente a tutto l’ambiente.

Il bilancio di una spedizione che corre, mentre lui resta fermo

Mentre Vinatzer raccoglieva i cocci del suo sogno, l’Italia dello sci e degli sport invernali continuava a macinare risultati storici, con un medagliere che ha già superato ogni più rosea aspettativa, toccando quota 22 podi e superando il record di Lillehammer '94. Un contesto di vittorie diffuse che rende ancora più solitario e amaro il percorso di questo atleta, che si auto-definisce “perdente” in un’Olimpiade di vincitori. Per lui, ora, si apre la fase più complessa, quella della ricostruzione. Ha parlato di un cambio di passo nei prossimi quattro anni, di testa bassa e lavoro, con la consapevolezza che partecipare non è mai stato il suo obiettivo, ma che per competere ad altissimi livelli, in futuro, servirà qualcosa di diverso. La sua onestà intellettuale, il coraggio di esporsi in un momento di fragilità, sono apparsi a molti come un segnale, il primo passo per esorcizzare quelle paure e ritrovare quella cattiveria che, oggi, sente di aver smarrito.

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