Referendum, il No trionfa a Torino e trascina il Piemonte. Ma nel Lodigiano la riforma passa
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Redazione Interno
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La geografia politica del Paese, a scrutinio ormai concluso, restituisce l’immagine di un’Italia spaccata lungo linee che solo in parte ricalcano i tradizionali confini amministrativi. Se a livello nazionale il referendum confermativo sulla riforma della giustizia – promosso dal governo Meloni – viene bocciato con un margine netto che sfiora il 54 per cento, è nell’analisi dei singoli territori, specie in quelli del Nord, che emergono le dinamiche più significative e, per certi versi, controintuitive.
Il caso del Piemonte è forse il più emblematico di questa frattura: la regione, governata da una coalizione di centrodestra, finisce per dire No alla riforma con il 53,5 per cento dei voti, ma questo dato aggregato, spiegano i numeri, è frutto esclusivamente del peso schiacciante esercitato dalla provincia di Torino. Nel capoluogo, infatti, il risultato è senza appello: qui i 259mila elettori che hanno scelto il Sì sono stati ampiamente superati dai 141mila che hanno optato per il No, con una forbice che si attesta sul 64,76 per cento contro il 35,24. È un muro, quello eretto dalla città, che ribalta completamente la tendenza del resto del territorio regionale, dove in province come Vercelli, Biella o Cuneo a prevalere è invece il fronte del Sì, a testimonianza di un centrodestra che tiene saldamente nelle aree più periferiche ma fatica a imporsi nel cuore urbano.
A Torino, la partecipazione al voto ha assunto i contorni di un vero e proprio fenomeno sociologico, con un’affluenza che ha toccato il 63,88 per cento, ben al di sopra della media nazionale. Eppure, anche all’interno dei confini cittadini, questa partecipazione non è stata uniforme: se nei quartieri centrali e nella Circoscrizione 1 si è andati a votare in massa, sfiorando il 71 per cento, nella periferia nord – ossia nelle circoscrizioni 5 e 6, tradizionalmente più vicine al centrodestra – l’affluenza è crollata, attestandosi poco sopra il 53 per cento. Una dinamica che suggerisce come il quesito referendario, incentrato sulla separazione delle carriere e sull’assetto del Consiglio superiore della magistratura, abbia mobilitato maggiormente l’elettorato dei centri urbani, mentre nelle aree periferiche abbia faticato a trovare la stessa risonanza.
Speculare, ma speculare al contrario, è il quadro che emerge dalla provincia di Lodi, dove il responso elettorale ha preso una piega opposta rispetto alla media nazionale. Mentre l’Italia diceva No, nel Lodigiano la riforma avrebbe raccolto un consenso maggioritario, attestandosi al 56,07 per cento dei voti validi. Anche in questo caso, tuttavia, il dato provinciale cela una microfrattura interna con la città capoluogo, dove il confronto è stato serrato: lì il No ha avuto la meglio, ma solo per un soffio, fermandosi al 50,10 per cento contro il 49,90 del Sì. La partecipazione in provincia ha toccato il 62,64 per cento, un dato che, nel contesto di un progressivo allontanamento dei cittadini dalla politica attiva, rappresenta una controprova significativa della capacità di mobilitazione di questa consultazione.
A rendere ancora più solido il quadro della vittoria del fronte del No sono i numeri arrivati dall’Emilia-Romagna, regna che ha fatto della partecipazione il suo marchio di fabbrica. Con un’affluenza che ha raggiunto il 66,7 per cento – la più alta d’Italia, quasi otto punti sopra la media nazionale – il voto ha assunto il valore di una mobilitazione civica di massa. In termini assoluti, i voti contrari alla riforma nella regione sono stati quasi 1,3 milioni, pari a oltre il 57 per cento delle preferenze. Ma anche qui, la fotografia del voto mostra variazioni significative sul territorio: se Bologna e le province centrali hanno espresso un No sonoro, a Piacenza – maglia nera regionale per affluenza, pur sfiorando il 63 per cento – il Sì è riuscito a prevalere, confermando una linea di faglia che attraversa anche le roccaforti della sinistra.
Il peso delle grandi città e il record di affluenza
Il dato nazionale relativo all’affluenza – fermo al 58,9 per cento – ha rappresentato una sorpresa per molti osservatori, soprattutto se comparato con il progressivo calo della partecipazione registrato negli ultimi anni in occasione di altre consultazioni. Un dato che assume una rilevanza politica di primo piano, in quanto legittima l’esito del voto non come espressione di una minoranza organizzata, ma come volontà chiara della maggioranza dei cittadini. A trainare questo boom di presenze alle urne sono state proprio le grandi città, con Torino, Milano e Bologna che hanno ampiamente superato la media nazionale. In particolare, a Bologna l’affluenza ha superato quota 70 per cento, mentre a Firenze si è attestata poco sopra, a testimonianza di un centro-nord che ha risposto in massa al richiamo del voto.
Lo spoglio dei voti ha inoltre evidenziato una chiara polarizzazione del voto nei grandi centri urbani, dove il No ha ottenuto percentuali bulgare. Napoli, con il 75,4 per cento di contrari, si conferma la città più ostile alla riforma, seguita da Bologna e Firenze. Milano, tradizionale roccaforte del moderatismo, ha comunque espresso un No al 58,4 per cento, un margine ampio che ridimensiona la portata del consenso al Sì anche nel capoluogo lombardo. L’unica eccezione in questo quadro è rappresentata dalle province minori e da alcune aree specifiche del Nord-Est, dove il Sì ha resistito, ma senza riuscire a scalfire la sostanziale tenuta del fronte oppositore.




