Referendum 2025, il flop dell’affluenza e la spaccatura nel Lodigiano: il centrosinistra sconfitto sul campo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’Italia ha detto no – o, meglio, non ha detto quasi nulla – ai cinque referendum abrogativi tenutisi l’8 e 9 giugno 2025. Con un’affluenza ferma al 29,8%, ben al di sotto del quorum richiesto, la consultazione si è risolta in un nulla di fatto, confermando una tendenza ormai radicata negli ultimi decenni. I primi quattro quesiti, promossi dalla Cgil e sostenuti a gran voce dal centrosinistra, riguardavano modifiche alle norme sul lavoro, mentre il quinto puntava ad abbreviare da 10 a 5 anni il periodo di residenza necessario agli stranieri per richiedere la cittadinanza. Ma la bassa partecipazione, unita a un voto divisivo in alcune aree, ha reso l’esito poco più che un termometro delle fratture politiche e territoriali.

Nel Lodigiano, ad esempio, il quinto quesito ha messo in luce una spaccatura netta: in 29 comuni il No ha superato o sfiorato il , con una media complessiva del 45% di contrari. Un dato significativo, considerando che la maggior parte dei votanti proveniva da aree tradizionalmente vicine al centrosinistra, mentre la destra ha spinto per l’astensione. Chi ha scelto di non recarsi alle urne, del resto, sembra averlo fatto con un preciso orientamento: se il ha prevalso numericamente, è solo perché gli elettori progressisti sono stati gli unici a mobilitarsi in modo consistente.

Quella che doveva essere una prova di forza del centrosinistra si è trasformata in un boomerang. La campagna referendaria, trainata dalla Cgil e dall’ambizione del segretario Maurizio Landini di ergersi a nuovo leader della sinistra, si è scontrata con una realtà impietosa: l’incapacità di coinvolgere l’elettorato oltre la propria base. L’idea di replicare il caso Renzi – il referendum costituzionale del 2016 che segnò la fine prematura del governo – si è rivelata un’illusione, e il risultato è stato un tonfo che ha lasciato il campo progressista in frantumi.

I numeri, del resto, parlano chiaro: l’astensionismo ha regnato sovrano, e non solo per disinteresse. La destra, evitando di schierarsi apertamente contro i referendum, ha preferito lasciare che fossero i cittadini a disertare le urne, ottenendo di fatto lo stesso risultato. Intanto, il centrosinistra dovrà fare i conti con un’amara verità: aver speso energie e risorse in una battaglia che, al di là delle intenzioni, non ha scalfito l’equilibrio politico nazionale.

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