La guerra ibrida russa e le fragilità europee: l'allarme dei servizi segreti
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Redazione Esteri
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Non si tratta più soltanto di truppe schierate al confine o di movimenti di carri armati, come nella vecchia concezione della guerra, ma anche di droni con cariche esplosive che solcano i cieli notturni della Germania, di interferenze nei processi democratici e di una cortina di disinformazione che avvolge le cancellerie occidentali.
Nell'ultimo mese, il territorio tedesco è emerso come uno dei bersagli privilegiati di una strategia che i servizi di intelligence definiscono a tutti gli effetti "guerra ibrida", una forma di conflitto che agisce al di sotto della soglia dello scontro militare diretto, ma che mira a logorare la coesione e la capacità di reazione dell'Europa, come dimostrano gli episodi recentemente venuti alla luce all'aeroporto di Lipsia.
L'incidente di Lipsia e i segnali di un'offensiva invisibile
Il 4 agosto scorso, un drone armato di esplosivo è stato individuato nei pressi di un aereo cargo di origine ucraina all'interno dello scalo di Lipsia, un episodio che ha messo in luce quanto sia complesso e insidioso il fronte su cui ci si trova a operare. L'aeromobile senza pilota volava a bassa quota, tanto che un addetto aeroportuale, non rendendosi conto del pericolo, ha tentato di abbatterlo con un calcio, rimanendo miracolosamente illeso; solo in un secondo momento, dopo i rilievi del caso, ci si è accorti della presenza del materiale esplosivo a bordo.
Quella stessa notte, un secondo drone si è schiantato contro un altro velivolo cargo durante la fase di atterraggio, senza per fortuna provocare danni ingenti o vittime, ma lanciando un segnale inequivocabile sulla natura delle minacce che gravano sugli snodi logistici e infrastrutturali del Vecchio Continente, proprio mentre l'attenzione dei governi è assorbita dalle difficoltà sul campo di battaglia in Ucraina.
Il monito del Munich Security Conference: un'Europa impreparata al logoramento
Proprio la crescente frequenza di questi attacchi ha alimentato un dibattito acceso tra gli strateghi della difesa, un confronto che si è consumato a porte chiuse durante una conferenza convocata dalla Munich Security Conference e ampiamente ripreso dal Guardian, un summit che ha visto la partecipazione di alti funzionari della difesa e analisti della sicurezza a stretto contatto con le strutture Nato.
Le conclusioni emerse da quel tavolo, sebbene filtrate attraverso la regola di Chatham House che impedisce di attribuire le dichiarazioni ai singoli partecipanti, sono state tutt'altro che rassicuranti: l'Europa, nelle condizioni attuali, non sarebbe in grado di sostenere una guerra di logoramento prolungata contro la Russia, un deficit di capacità e di preparazione che riguarda non solo le scorte di munizioni o la prontezza operativa, ma anche la resilienza delle società democratiche di fronte alla pressione psicologica e informativa.
La carenza di risorse e una certa frammentazione delle politiche di difesa rischiano di trasformare ogni episodio, anche il più marginale, in un'occasione per minare la fiducia pubblica e la tenuta delle alleanze, che è poi l'obiettivo dichiarato di Mosca.
La strategia del Cremlino secondo gli esperti dei servizi segreti
Secondo Irina Borogan, giornalista investigativa di fama internazionale e profonda conoscitrice delle dinamiche interne ai servizi segreti russi, l'attuale ondata di sabotaggi e operazioni occulte non è affatto una novità, bensì il culmine di una strategia avviata già nel 2014, con lo scoppio della guerra nel Donbass e la prima fase di tensioni con l'Occidente.
Quella che oggi appare come un'intensificazione senza precedenti degli atti ostili, dalla manomissione di cavi sottomarini ai tentativi di condizionamento elettorale passando per le campagne di fake news, rappresenta per Borogan l'evoluzione naturale di un disegno che mira a spingere l'Europa a desistere dal sostegno all'Ucraina, costringendo i singoli Stati a concentrarsi sulle proprie vulnerabilità interne invece che sul fronte esterno.
È una guerra di posizione che si gioca sui media, sui mercati energetici e persino sugli aeroporti, dove un piccolo drone può generare un allarme sproporzionato e innescare una crisi di fiducia, e la cui efficacia non si misura tanto in termini di danni fisici, quanto nella capacità di indebolire la volontà politica di contrapporsi all'espansionismo russo.
L'estensione del fenomeno e il nodo della resilienza democratica
Quanto sia realmente estesa questa rete di interferenze, che combina operazioni cibernetiche, pressioni economiche e sabotaggi fisici in un intreccio difficile da districare, è una domanda alla quale è al momento impossibile rispondere con certezza, data la natura occulta delle fonti e la difficoltà di attribuire con esattezza la paternità di molti episodi.
Ciò che appare evidente, tuttavia, è che l'obiettivo ultimo di Mosca non si limita a colpire capacità militari o infrastrutture strategiche, ma mira piuttosto a generare un clima di incertezza e paura diffusa, a sommare i timori di un'escalation militare alle ansie per il futuro economico e sociale, fino a creare le condizioni per una resa politica.
La sfida per l'Europa, dunque, non è soltanto militare o tecnologica, ma riguarda la capacità di preservare la coesione interna e di proteggere le proprie democrazie da una forma di aggressione che non conosce confini geografici e che sfrutta le contraddizioni e le fragilità del sistema occidentale, in un gioco delle parti dove l'arbitro è spesso l'opinione pubblica, più esposta che mai alle suggestioni della propaganda.
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