Trapani affonda, la rabbia dei tifosi: "Condotte inaccettabili, noi non ci riconosciamo"
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Redazione Sport
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Una crisi annunciata, che per mesi ha percorso le vene della società come un veleno lento e inesorabile, è esplosa nella sua drammatica concretezza domenica 4 gennaio 2026. Quel giorno, segnando forse la fine di un'epoca, la Trapani Shark non si è presentata al PalaDozza di Bologna per l'impegno di campionato contro la Virtus, consegnando la sconfitta a tavolino e un'immagine di dissesto totale. La squadra, ridotta a soli sei giocatori e privata persino di un allenatore in panchina dopo un esodo di atleti paragonabile a una fuga, non aveva materialmente le forze, né forse la volontà, per scendere in campo. Una decisione estrema, che giunge al culmine di una stagione funestata da penalizzazioni, squalifiche e uno scontro frontale, ormai diventato guerra, con le federazioni e le istituzioni dello sport. Il cosiddetto "Trapani-gate", come lo hanno ribattezzato i media, si è dipanato attraverso una serie di capitoli desolanti: il mercato che ha svuotato la rosa, il via libera della Fiba per far giocare Alibegovic a Granada, e le ombre sempre più lunghe proiettate dagli affari paralleli del presidente nel calcio, dove i deferimenti per il mancato pagamento di stipendi e contributi si susseguono con una regolarità che lascia pochi dubbi sulla tenuta finanziaria.
Il comunicato dei tifosi: una presa di distanza netta
A rompere il silenzio, in maniera plateale e sofferta, sono stati proprio coloro che di solito sostengono la squadra a prescindere: i gruppi del tifo organizzato. In un comunicato stampa di rara durezza, hanno preso le distanze in modo "pubblico e ufficiale" da quelle che definiscono senza mezzi termini "azioni, comportamenti e scelte societarie volte a far morire il basket trapanese". Parole che pesano come macigni, perché tradiscono una delusione profonda e la percezione di un tradimento. La tifoseria, si legge nel testo, non si riconosce "in alcun modo in queste condotte", ritenute "gravi, inaccettabili e dannose", e le considera estranee allo spirito sportivo e all'immagine che la città ha sempre voluto dare di sé nel basket nazionale. È la ribellione di chi, pur amando i colori sociali, non intende esserne complice nel declino.
La replica del presidente Antonini tra persecuzioni e promesse
Dall'altra parte della barricata, il presidente Valerio Antonini ha provato a ribaltare la narrazione della crisi attraverso i social network. Annunciando un'intervista televisiva, ha promesso di chiarire "le persecuzioni subite" dalle sue società e la "gravità di atti amministrativi" che avrebbero portato a questa situazione. Una linea difensiva che sposta la responsabilità verso presunti torti esterni, mentre cerca di rassicurare sulle sorti del progetto cestistico. "Se qualcuno pensa che non andare a Bologna significa ritirare gli Shark non ha capito assolutamente nulla", ha scritto, garantendo che la squadra giocherà regolarmente sia in Basketball Champions League che nell'imminente partita casalinga. Promesse che, tuttavia, suonano fragili di fronte alla realtà di un organico ridotto all'osso e di un clima ormai avvelenato.
Un futuro in bilico tra le carte bollate e il campo
La partita vera, ormai, non si gioca più solo sul parquet ma sugli scranni degli uffici e nei tribunali sportivi. La scelta di non partire per Bologna non è un incidente di percorso, bensì il sintomo più eclatante di un malessere sistemico che unisce problemi di liquidità, gestione contestata e rapporti logorati con il sistema basket. I tifosi, con il loro duro comunicato, hanno fissato un confine etico, rivendicando il diritto a un club rispettoso delle istituzioni e della lealtà sportiva. Da una parte c'è una società che invoca persecuzioni, dall'altra una piazza che chiede conto di scelte ritenute dannose. In mezzo, il destino di una squadra e di un movimento che rischia di soccombere non sotto i canestri avversari, ma sotto il peso di vicende extra-campo che hanno ormai oscurato il gioco stesso.




