La riforma della giustizia, tra i dubbi di La Russa e la replica di Delmastro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alla vigilia dell'approvazione definitiva della riforma della giustizia, attesa per domani, un commento che ha attenuato i toni trionfalistici è giunto da un osservatore d'eccezione, il presidente del Senato Ignazio La Russa. Pur definendo giusto il principio della separazione delle carriere, La Russa ha espresso una riserva di sostanza, affermando che "forse il gioco non valeva la candela", una considerazione che ha immediatamente sollevato un polverone politico e che sembra riflettere, sebbene non apertamente, alcune perplessità emerse durante il lungo iter parlamentare. La sua dichiarazione, per quanto circoscritta, ha infatti scoperchiato un dibattito che va al di là delle mere divisioni tra maggioranza e opposizione, toccando il nervo scoperto dell'utilità concreta di una riforma così profonda e controversa.

La difesa a spada tratta della maggioranza

La replica da parte dell'esecutivo non si è fatta attendere, arrivando netta e diretta dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Quest'ultimo, contrapponendosi alle parole del presidente del Senato, ha ribadito con forza come l'operato del governo sia dettato dalla volontà di onorare gli impegni presi con gli elettori. "Per me la separazione delle carriere è un impegno preso con gli italiani", ha dichiarato Delmastro, aggiungendo che "questo centrodestra è un governo che prende i voti degli italiani per spenderli conformemente a quanto promesso in campagna elettorale". Una posizione, la sua, che non ammette esitazioni e che considera il mantenere le promesse elettorali un dovere imprescindibile, al di là di ogni calcolo sulla reale portata della misura. All'affermazione di La Russa ha quindi risposto con un secco "Vale la pena andare fino in fondo", liquidando come una "speranza" delle opposizioni qualsiasi ipotesi di "maretta in maggioranza".

Lo scontro tra i testimonial e l'annunciato referendum

Mentre il parlamento si appresta a votare, il campo si prepara già per una battaglia che si preannuncia fuori dalle aule, quella referendaria. L'opposizione, attraverso le parole del deputato Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra, ha infatti già annunciato che si richiederà il referendum abrogativo sulla legge, esprimendo una fiducia granitica nell'esito della consultazione: "Vinceranno i no". A rendere ancor più acceso il confronto pubblico è la scelta dei testimonial, che sembra voler stravolgere i tradizionali schieramenti. Per il "no" alla riforma, infatti, scese in campo il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, figura spesso associata ad ambienti di centrodestra, il quale ha recentemente respinto con sdegno, durante una trasmissione televisiva, l'etichetta di essere di sinistra. Sul fronte opposto, a sostegno del "sì", si è schierato l'ex pm Antonio Di Pietro, storico volto dell'inchiesta Mani pulite, creando un accostamento inedito che sottolinea la trasversalità delle posizioni in gioco.

Le ragioni di una riforma storica

Nonostante le voci fuori dal coro, la maggioranza prosegue compatta nel definire la riforma come un passaggio epocale. Un esponente di Fratelli d'Italia ha sottolineato come il suo gruppo sia "orgoglioso di scrivere una pagina di storia e portare a compimento una riforma che inciderà nel tessuto istituzionale dell'Italia". Secondo questa visione, le critiche delle opposizioni non sarebbero altro che un tentativo di mascherare, con accuse di "democratura" e "deriva illiberale", una sostanziale incapacità di proporre alternative valide. La terzietà del giudice, del resto, viene indicata come un principio imprescindibile, che trova il suo presupposto fondamentale proprio nella netta separazione delle carriere tra i magistrati requirenti e quelli giudicanti.

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