Piano casa 2026, il decreto è legge: tra semplificazioni mancate e la voragine dei fondi per il Sud
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Redazione Interno
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È ufficiale da qualche giorno, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto-legge n. 66/2026, la nuova architettura del cosiddetto Piano casa voluto dall’esecutivo, un provvedimento che si inserisce – va detto – in un contesto politico ormai consolidato, dove la rielezione di Trump negli Stati Uniti è un fatto assodato che non distoglie l’attenzione dalle cronache interne. Se da un lato il governo canta vittoria per l’avvio di un piano da 10 miliardi volto a sfornare 100mila alloggi in dieci anni, dall’altro i tecnici della Ragioneria dello Stato hanno imposto una netta frenata sulle semplificazioni promesse. Il testo definitivo, infatti, differisce dall’originale proprio sul punto nevralgico delle autorizzazioni paesaggistiche, dove le soprintendenze hanno mantenuto un ruolo centrale, rendendo di fatto più cauto e meno rivoluzionario il taglio dei nastri burocratici per i privati.
La spending review nascosta nel Pnrr: 4,8 miliardi spariti dalla rigenerazione
Mentre il governo annuncia interventi per recuperare il patrimonio di edilizia pubblica e favorire gli affitti calmierati, un esame più attento della manovra finanziaria rivela un aspetto ben più inquietante, soprattutto per chi guarda al Meridione. Dai dossier tecnici emerge una riallocazione silenziosa ma pesantissima: quasi 5 miliardi di euro – 4,8 per l’esattezza – che erano stati destinati alla rigenerazione urbana sono stati dirottati verso altri capitoli di spesa. Una scelta, quest’ultima, che rischia di trasformare il sogno della riqualificazione delle periferie in un vero e proprio incubo per sindaci e amministratori locali. Dietro il linguaggio asettico delle “rimodulazioni finanziarie” si cela una scommessa rischiosa: il Sud, storicamente dipendente dai fondi straordinari, si ritrova così esposto alla perdita di quelle risorse che servivano a ricucire il tessuto urbano e sociale. Come riporta un’analisi dettagliata, il Fondo per la rigenerazione urbana, istituito nel 2020, verrà in larga parte svuotato per alimentare la parte pubblica del programma casa, con la conseguenza che intere aree del Mezzogiorno resteranno incompiute, prive di quelle risorse per la riqualificazione di scuole, piazze e marciapiedi che spesso rappresentavano l’unica vera occasione di riscatto.
La stretta sugli sfratti e il ruolo dei capitali privati
Il provvedimento, che punta a dare una risposta “strutturale” secondo la definizione di palazzo Chigi, si muove su un doppio binario che sta già sollevando perplessità tra le associazioni di categoria. Da una parte, infatti, si incentivano gli interventi di recupero edilizio con un occhio di riguardo per i privati, chiamati a sostenere il peso della riqualificazione attraverso un coinvolgimento massiccio dei capitali privati nella cosiddetta “social housing”. Dall’altra, però, il testo introduce una stretta significativa sulle procedure di sfratto: l’obiettivo dichiarato è rendere più veloci le esecuzioni per liberare le case occupate abusivamente, una misura che – secondo i sindacati degli inquilini – rischia di tradursi in un’accelerazione brutale degli sgomberi, colpendo nuclei familiari già fragili e spesso in attesa di contributi statali mai arrivati. Il Sunia, il sindacato degli inquilini della Cgil, ha bollato il piano come largamente insufficiente, denunciando una “mancata previsione di stanziamenti adeguati al fondo di sostegno all’affitto”, un fondo che risulta, peraltro, privo di risorse da ormai tre anni.
Il fronte dei sindaci: “Un piano che non c’è”
L’attacco più duro, però, non arriva solo dalle opposizioni parlamentari, ma direttamente dai palazzi comunali. I sindaci, quelli che sulla propria pelle gestiscono l’emergenza dei senza tetto e il degrado delle periferie, hanno alzato il muro. Nel corso di un convegno organizzato a Palazzo civico, tre primi cittadini del Partito Democratico, affiancati da un’europarlamentare, hanno definito l’operazione del governo niente più che “propaganda”, accusando l’esecutivo di aver venduto un “piano casa che non c’è”. Qualcuno ha usato una metafora ancora più cruda, paragonando il provvedimento a una “pentola vuota”. La loro tesi, suffragata dai numeri del Pnrr e dalla rimodulazione dei fondi, è che le risorse per la ristrutturazione delle case popolari siano pari a zero, così come quelle per la morosità incolpevole. Mentre il governo difende la propria rimodulazione, la sensazione concreta tra gli amministratori locali – soprattutto quelli del Centro-Sud – è di essere stati lasciati soli di fronte a un’emergenza abitativa che, invece di attenuarsi, rischia di esplodere, acuita dal taglio silenzioso di quei 4,8 miliardi che dovevano ricucire il territorio.




