Meloni e il vertice saltato in Montenegro: «Polemiche ridicole di una sinistra disperata»
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Redazione Esteri
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Il giorno dopo gli attacchi delle opposizioni, che non avevano certo risparmiato accuse di isolamento diplomatico nei confronti dell’esecutivo, Giorgia Meloni ha scelto di rispondere a muso duro, affidando al «Corriere della Sera» la propria controffensiva. La presidente del Consiglio, la cui assenza al vertice Europa-Balcani Occidentali in corso a Tivat aveva scatenato un vivace dibattito politico, ha liquidato le critiche con una definizione netta: quella di una «sinistra disperata» che si aggrappa a «polemiche ridicole».
Nel mirino della premier, in particolare, è finita quella che lei stessa ha definito una dietrologia priva di fondamento, visto che – come ha tenuto a precisare – chi la conosce sa bene che «quando ho qualcosa da dire, la dico». L’occasione per chiarire la propria posizione è stata utile anche per prendere le distanze da quelli che ha definito «atteggiamenti infantili o morettiani», il calcolo cioè – «mi si nota di più se vengo o se non vengo» – che lei preferisce lasciare «volentieri ad altri».
Il forfait e la «festa dei carabinieri»
A scatenare la bufera politica, se così si può definire vista la reazione stizzita della premier, era stata la sua mancata partenza per il Montenegro, un’assenza che le opposizioni avevano subito trasformato in un caso nazionale. Eppure, stando alla ricostruzione fornita direttamente da Meloni, non ci sarebbero segreti o calcoli reconditi dietro quella sedia vuota al tavolo dei leader.
Il rinvio, o meglio il forfait, sarebbe dipeso esclusivamente da un intoppo logistico: il prolungarsi della cerimonia per il 212° Annuale di Fondazione dell’Arma dei Carabinieri, che si è tenuta a Reggio Calabria. «I tempi si sono allungati – ha spiegato la premier – e non mi è sembrato il caso di andare in Montenegro per stare massimo un’ora». Una scelta, la sua, dettata dal buon senso più che dalla diplomazia, visto che raggiungere Tivat in ritardo per poi ripartire quasi immediatamente avrebbe trasformato la trasferta in un viaggio di sola andata e ritorno privo di reale sostanza politica.
Nessun isolamento, anzi
Meloni ha poi ribaltato l’accusa di isolamento, rivendicando anzi un primato di presenza sulla scena internazionale che pochi altri leader possono vantare. «Capita a tutti – ha osservato – di non partecipare a qualche vertice, ne sono personalmente testimone essendo una dei più presenti, ma sono quasi certa di essere l’unica al mondo per la quale si scatenano queste polemiche ridicole».
Una frase, questa, che contiene in sé una duplice verità per chi scrive: da un lato la constatazione di un accanimento mediatico che pochi altri colleghi europei subiscono, dall’altro la riaffermazione di un ruolo attivo dell’Italia nei consessi che contano. A riprova del fatto che non c’era alcuna volontà di snobbare i Balcani, la premier ha ricordato come il nostro Paese sia «tra i principali sostenitori dell’integrazione dei Balcani in Europa», aggiungendo di avere «ottimi rapporti con tutti i leader della regione».
Un messaggio, questo, indirizzato sia a casa che all’estero, per fugare il sospetto di un disimpegno di Roma verso l’area balcanica.
Le telefonate e il dossier Balcani
Per dimostrare la buona fede della sua scelta, o forse per arginare il danno reputazionale prima che si gonfiasse ulteriormente, Meloni ha rivelato i passi compiuti mentre la cerimonia di Reggio Calabria entrava nel vivo. Venerdì, prima di rinunciare definitivamente alla partenza, la presidente del Consiglio ha provveduto ad avvisare personalmente il presidente del Consiglio europeo António Costa, un gesto che sa di prassi diplomatica elementare ma che in questo caso assume un peso specifico maggiore.
Fondamentale, poi, è stata la telefonata con il premier montenegrino Milojko Spajic: con lui, ha spiegato la premier, ha preso l’impegno di vedersi al più presto, «perché lui sa quanto il suo Paese ci è vicinissimo». L’Italia, insomma, non si sarebbe certo tirata indietro, e la prova sarebbe proprio nella volontà di recuperare immediatamente il faccia a faccia saltato. Se qualcuno aveva visto in quell’assenza un segnale politico, magari legato alle complesse dinamiche sul sostegno all’Ucraina – tema caldo anche in quei giorni – Meloni ha chiuso la porta a ogni interpretazione ulteriore.
«Se avessi avuto ragioni per non partecipare a un vertice – ha concluso – men che meno avrei usato quello con i Balcani».
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