I vescovi francesi lanciano “Renaître”, ma la lettera di Leone XIV mette in guardia su abusi e liturgia
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Redazione Esteri
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L’assemblea plenaria della Conferenza episcopale francese, svoltasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo, si è chiusa con l’approvazione di un nuovo programma permanente destinato a sostituire l’ormai prossimo alla scadenza – il suo mandato termina il 31 agosto – organismo indipendente per la riparazione degli abusi. Si chiama “Renaître” (Rinascere) e, nelle intenzioni dei presuli, dovrebbe rappresentare il passaggio da una logica d’emergenza, quella seguita dopo lo choc del rapporto Ciase che parlava di 330mila minori vittime, a una struttura stabile di accoglienza e ascolto. Il nuovo dispositivo, che entrerà in funzione dal 1° settembre, si articolerà in una rete capillare: da un lato, le singole diocesi gestiranno cellule d’ascolto sul territorio, mentre dall’altro un organismo nazionale indipendente vigilerà sulla formazione degli operatori e sull’equità dei percorsi riparativi. Un punto, quest’ultimo, che tenta di rispondere alle critiche di quei collettivi di vittime – le quali, a volte, nemmeno riescono più a varcare la soglia di una chiesa – preoccupati dall’affidare nuovamente ai soli vescovi locali la gestione di un dolore tanto profondo.
La triplice direttrice del Papa tra misericordia e fermezza
A fare da sfondo a queste decisioni pratiche, c’è però il peso specifico di un messaggio inviato da Papa Leone XIV – tramite il Segretario di Stato Pietro Parolin – che ha scelto di non limitarsi a una semplice benedizione. Il Pontefice, infatti, ha indicato tre grandi aree tematiche su cui i vescovi sono chiamati a confrontarsi senza reticenze: l’identità della scuola cattolica, il dramma degli abusi e la spinosa questione liturgica legata alla messa in latino. Sulla piaga della pedofilia, la lettera papale ha introdotto una sfumatura che rischia di riaprire vecchie crepe: se da un lato si ribadisce la necessità di giustizia e di ascolto verso le vittime, dall’altro Leone XIV ha chiesto ai vescovi di non escludere i preti colpevoli dalla misericordia divina, invitando l’episcopato a includere anche loro nella riflessione pastorale. Un’indicazione, questa, che arriva mentre in Francia echeggiano ancora le parole strazianti dei genitori delle vittime – quelli che scrivono di essere stati “distrutti” insieme ai loro figli dalla “sporca devianza” di chi avrebbe dovuto curare le anime – e che impone ai vescovi di camminare su una linea di crinale estremamente sottile, dove la condanna del crimine non può trasformarsi in una gogna che annulli ogni possibilità di redenzione per l’uomo, pur nella condanna del suo atto.
La ferita aperta del Vetus Ordo e il caso Di Falco
Se il capitolo degli abusi rappresenta la ferita più sanguinante per l’immagine della Chiesa, quello della liturgia minaccia invece la sua unità interna. Il Papa si è detto “particolarmente attento” alla crescita di quelle comunità legate al “Vetus Ordo”, la messa in latino antecedente al Concilio Vaticano II, descrivendo come “doloroso” il fatto che proprio la celebrazione eucaristica, “sacramento dell’unità”, possa trasformarsi in un vessillo di divisione. Leone XIV ha sollecitato i vescoli francesi a trovare “soluzioni concrete” che sappiano includere generosamente i fedeli legati all’antico rito, senza però tradire gli orientamenti voluti dal Concilio. Un equilibrio complicato, che arriva mentre l’assemblea di Lourdes è stata scossa da un evento esterno di notevole impatto: la condanna civile di monsignor Jean-Michel Di Falco, una delle figure più mediatiche dell’episcopato transalpino, a risarcire con quasi 200mila euro un uomo che lo accusava di violenze sessuali risalenti agli anni Settanta. Il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Jean-Marc Aveline, ha preso atto della sentenza con un laconico “si prende atto”, lasciando intendere che il tempo delle chiacchiere è finito e che la giustizia – sia essa civile o canonica – deve seguire il suo corso, indipendentemente dalla porpora di chi siede sul banco degli imputati.
Addio all’Inirr, benvenuto alla prossimità
Guardando al futuro, i vescovi hanno quindi deciso di smantellare l’Inirr – l’Autorità nazionale indipendente che in quattro anni ha gestito quasi 1.800 richieste, con un ristoro medio che si aggirava attorno ai 37mila euro – per sostituirla con un meccanismo meno centralizzato. Sotto la nuova egida di “Renaître”, chi vorrà denunciare un abuso potrà rivolgersi alla cellula diocesana del proprio territorio; se però il trauma è tale da impedire anche solo l’idea di varcare la porta della curia locale, la vittima potrà bypassare il vescovo e rivolgersi direttamente all’organismo nazionale, sebbene quest’ultimo debba comunque informare la diocesi di competenza. Sul piatto restano anche i soldi: è prevista la creazione di un fondo alimentato obbligatoriamente da tutte le diocesi, mentre le richieste di riparazione economica – da distinguere dal semplice percorso restaurativo dell’anima – dovranno essere esplicitate al termine del processo. Un meccanismo complesso, insomma, che cerca di tenere insieme la necessità di un supporto “di prossimità” con la garanzia di un arbitrato super partes, in un contesto dove la fiducia nella gerarchia è stata ridotta ai minimi termini.




