Pnrr e sanità territoriale, il conto alla rovescia per le case della comunità che non decollano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A quattro anni dall’adozione del decreto ministeriale 77, che avrebbe dovuto ridisegnare il volto dell’assistenza di prossimità, il bilancio è impietoso e consegna alle cronache un’architettura sanitaria ancora largamente in costruzione. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Gimbe, presentato dal presidente Nino Cartabellotta, restituisce la fotografia di un sistema che arranca tra ritardi strutturali e una cronica carenza di personale; un quadro, questo, in cui l’obiettivo di riformare la sanità territoriale – cuore pulsante della Missione 6 del Pnrr – rischia di infrangersi contro la scogliera dei numeri, con 79 Case della comunità programmate ma solo poco più della metà, vale a dire 41, ad avere almeno un servizio effettivamente attivo. Ancora più drammatico, se possibile, è lo scenario relativo agli Ospedali di comunità: dei 33 previsti, soltanto due (il 6 per cento) vantano un’attività, seppur parziale, lasciando intendere una distanza siderale tra gli impegni presi con Bruxelles e lo stato dell’arte dei cantieri.

Il nodo strutturale degli infermieri di famiglia

Se l’edilizia rappresenta la parte più visibile del ritardo, è però nella dotazione organica che si annida la criticità più profonda, tale da minare la stessa essenza del modello di cura immaginato. Il sindacato Nursing Up parla, in un comunicato, di una “auto dalla carrozzeria scintillante, ma senza il motore”, un’immagine efficace per descrivere il pericoloso scollamento che si sta consumando tra l’infrastruttura fisica e la reale capacità di erogare servizi. Al centro di questo corto circuito c’è la figura dell’infermiere di famiglia e comunità (IFeC), considerato il perno della sanità di prossimità, la cui piena operatività è oggi impedita da una carenza strutturale di personale che ne soffoca sul nascere ogni ambizione. È una criticità che non si risolve con l’inaugurazione di un edificio, per quanto moderno, ma che richiederebbe un piano di assunzioni e formazione che, allo stato attuale, appare largamente insufficiente rispetto ai fabbisogni reali.

Fondi europei a rischio tra target mancati e disuguaglianze regionali

La posta in gioco, in questo contesto di incertezza, è altissima e riguarda direttamente la tenuta finanziaria del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il rischio concreto, paventato dalle stesse organizzazioni sindacali, è quello di non centrare i target europei fissati per la Missione Salute entro il termine perentorio di dicembre 2026; una evenienza che comporterebbe la restituzione dei fondi a fondo perduto, rispedendo al mittente l’opportunità di ricostruire un settore, quello della sanità pubblica, affaticato da anni di definanziamento. I numeri aggiornati al 31 dicembre 2025, che restituiscono un quadro nazionale frammentato, parlano chiaro: solo 66 case della comunità sono pienamente operative, una percentuale che sfiora appena il 3,9 per cento del totale programmato. Una situazione, questa, caratterizzata da marcate diseguaglianze territoriali che, se da un lato mostrano una velocità di esecuzione diversa a seconda delle aree geografiche, dall’altro fanno emergere il rischio di un’Italia a due velocità anche sul fronte dell’assistenza primaria.

Il paradosso degli ospedali di comunità in attesa di decollare

Se il quadro delle case della comunità appare già fortemente critico, quello degli Ospedali di comunità si configura come un vero e proprio paradosso strutturale. Secondo l’analisi di Gimbe, al termine dello scorso anno solo 163 strutture (pari al 27,4 per cento) avevano attivato almeno un servizio; eppure, nel dettaglio, nessuna di queste risulta pienamente funzionante. Sono questi i numeri che alimentano lo scetticismo degli operatori, i quali vedono edifici ultimati o ristrutturati rimanere sostanzialmente inattivi, privi di quei requisiti essenziali di personale e attrezzature che ne giustificherebbero l’esistenza. La seconda possibilità, quella di centrare i target solo grazie ai risultati trainanti di alcune Regioni virtuose, appare comunque una prospettiva poco augurabile, perché finirebbe per mascherare i vuoti assistenziali che persistono in vaste aree del Paese, laddove la sanità di prossimità resta, nei fatti, un cantiere aperto più che un diritto garantito.

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