Il vescovo in Siberia: "Con Mosca si parte dai progetti umanitari, non dai negoziati"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Città del Vaticano – Il rifiuto di Sergej Lavrov all’ipotesi di un negoziato in Vaticano tra Russia e Ucraina non ha stupito Stephan Lipke, vescovo missionario in Siberia, da anni avamposto del dialogo tra Roma e il Patriarcato di Mosca. "C’è molto lavoro da fare", osserva il presule, tedesco di origine ma in Russia da quindici dei suoi cinquant’anni, già superiore dei gesuiti a Mosca. Per lui, la strada passa prima attraverso la cooperazione umanitaria, non attraverso le trattative politiche.

Le parole di Lavrov, che ha definito "irrealistico" immaginare il Vaticano come sede di negoziati, hanno spento sul nascere una possibilità che aveva circolato per giorni nei corridoi diplomatici. "Paesi ortodossi non possono discutere le cause del conflitto su una piattaforma cattolica", ha insistito il ministro, in un diniego che riflette le tensioni tra la Chiesa di Mosca e quella ucraina, autonoma dal 2019. Dietro le quinte, però, c’è anche la spinta americana: Donald Trump, alle prese con l’impegno elettorale di "chiudere la guerra in 24 ore" e la ritrosia di Vladimir Putin, aveva fatto trapelare l’idea di coinvolgere la Santa Sede.

Ma se il Cremlino ha respinto la proposta come una "fantasia", il Vaticano non ha mai smesso di lavorare per la pace. Dal 24 febbraio 2022, mentre la guerra infuria, la diplomazia pontificia ha moltiplicato gli sforzi, cercando mediazioni spesso invisibili. "Chi spara e chi spera", sembra dire Lipke, sono mondi distanti, eppure il dialogo – quando possibile – parte da gesti concreti: gli scambi di prigionieri, come quello di 390 soldati avvenuto nelle scorse settimane, o gli aiuti alle popolazioni colpite.

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