Il vescovo in Siberia: "Il rifiuto di Lavrov? Per dialogare servono prima i progetti umanitari"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Città del Vaticano – Il netto rifiuto del Cremlino all’ipotesi di negoziati in Vaticano tra Russia e Ucraina non ha colto di sorpresa Stephan Lipke, vescovo missionario in Siberia, da anni avamposto del dialogo tra Roma e il Patriarcato di Mosca. «C’è molto lavoro da fare», osserva il presule, tedesco di origine ma in Russia da quindici dei suoi cinquant’anni, già superiore dei gesuiti a Mosca. Per lui, la chiusura di Sergej Lavrov – che ha definito «irrealistico» immaginare la Santa Sede come sede di trattative – non spegne ogni possibilità di confronto, ma impone un approccio diverso: «Si comincia dai gesti concreti, dalle iniziative umanitarie».

Le parole del ministro degli Esteri russo, che ha bollato come «poco elegante» l’idea di discutere la pace «su una piattaforma cattolica», segnano una rottura netta con le speranze coltivate nelle ultime settimane. Un veto motivato non solo da ragioni diplomatiche, ma da una frattura più profonda: quella tra la Chiesa ortodossa legata al Patriarca Kirill e quella ucraina, autonoma dal 2019. Dietro la rigidità di Mosca, però, si intravede anche il peso della politica interna russa, dove il nazionalismo lascia poco spazio a mediazioni percepite come concessioni.

Che la proposta fosse destinata a arenarsi lo si intuiva già dalla cautela di Vladimir Putin, riluttante a qualsiasi trattativa che non parta da posizioni di forza. Eppure, l’ipotesi aveva guadagnato terreno dopo l’interesse mostrato da Donald Trump, che durante la campagna elettorale aveva evocato una soluzione rapida del conflitto. La Santa Sede, dal canto suo, non ha mai smesso di lavorare per favorire gli scambi di prigionieri – come l’ultimo, che ha coinvolto 390 detenuti – e per sostenere iniziative di riconciliazione, pur nella consapevolezza che la distanza tra le parti rimane enorme.

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