Stefania Craxi nuova capogruppo al Senato, l’avvicendamento che smussa le tensioni in Forza Italia
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Redazione Interno
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“Assumo l’incarico di capogruppo con senso di responsabilità, lo svolgerò con serietà, entusiasmo e senso delle istituzioni”. Con queste parole Stefania Craxi, dopo un’assemblea lampo di appena venti minuti e un voto raccolto per acclamazione, ha formalizzato la sua successione a Maurizio Gasparri alla guida dei senatori di Forza Italia. Un passaggio di consegne, quello consumatosi a Palazzo Madama, che la stessa Craxi ha tenuto a inquadrare come una scelta priva di fratture traumatiche: “È un normale avvicendamento all’interno di un gruppo politico”, ha dichiarato, chiarendo che la transizione era stata “già decisa prima” e sottolineando il ruolo del segretario Antonio Tajani, il quale “ha accompagnato questo avvicendamento in ogni fase con la sua leadership”.
La sostituzione di Gasparri, parlamentare da oltre trent’anni e figura storica del partito, rappresenta tuttavia il sintomo più evidente di un terremoto politico che sta attraversando gli azzurri. Il terremoto, innescato dalla sconfitta al referendum costituzionale, ha già portato alle dimissioni della ministra Daniela Santanchè e ora investe con violenza gli equilibri interni. Nel caso specifico di Gasparri, il colpo di grazia è arrivato in forma scritta e numericamente schiacciante: una lettera firmata da quattordici senatori su venti – i numeri, in queste dinamiche, hanno il peso delle sentenze – ha chiesto esplicitamente che, per il bene dell’unità del gruppo, si procedesse a un cambio della guardia alla guida della delegazione di Palazzo Madama.
Dietro l’operazione, va detto, non c’è soltanto la reazione a un risultato elettorale negativo. La spinta al rinnovamento è stata sostenuta con forza dalla famiglia Berlusconi, principale finanziatrice del partito, con l’obiettivo dichiarato di allargare il perimetro della classe dirigente. In questo quadro, l’avvicendamento al Senato rappresenta solo il primo atto di un movimento più ampio: l’effetto del “ciclone” si estende anche alle dinamiche regionali, mettendo in forse i calendari dei congressi in Abruzzo e alimentando un clima di fibrillazione generalizzata.
La “minaccia” di Tajani per salvare Barelli e il nodo della leadership
Se il fronte del Senato sembra aver trovato una composizione con l’ingresso di Craxi, la tensione si sposta ora sulla Camera dei Deputati, dove il nome di Paolo Barelli – consuocero dello stesso Tajani – sarebbe finito nel mirino di Marina Berlusconi. In questa fase di ridefinizione, la principale azionista del partito starebbe spingendo per un ricambio anche alla guida dei deputati, mettendo potenzialmente in discussione la posizione di Barelli. Secondo ricostruzioni attendibili, il segretario Tajani avrebbe opposto una resistenza netta a questa ipotesi, spingendosi fino a ventilare l’ipotesi di un proprio addio a Forza Italia pur di scongiurare l’allontanamento del consuocero.
Una mossa, quella del leader, che testimonia quanto sia alto il livello di conflittualità latente all’interno del partito. La questione, in realtà, non riguarda solo il ruolo di Barelli ma investe più ampiamente l’assetto dei poteri: Tajani stesso, infatti, viene da ore tirato in ballo in merito a un possibile rimescolamento in seno al partito. L’ipotesi di una messa in discussione della sua segreteria, sebbene non formalizzata, aleggia nei corridoi di Via del Corso, alimentata dalla pressione che arriva da chi, come Marina Berlusconi, intende esercitare un ruolo attivo nell’indirizzo politico dopo la scomparsa del fondatore.
Il peso delle dimissioni e la ricerca di un nuovo equilibrio
L’uscita di scena di Gasparri, pur presentata come un atto dovuto per ricompattare il gruppo dopo la raccolta di firme, lascia intravedere un metodo di gestione dei conflitti destinato a segnare una discontinuità netta con il passato. La modalità con cui è stato rimosso un parlamentare di lungo corso – una procedura che ha bruciato i tempi della politica tradizionale per affidarsi alla secchezza di un documento firmato – indica una volontà di accelerare i processi decisionali, riducendo gli spazi per le mediazioni diluite nel tempo.
Craxi, dal canto suo, incarna la figura della discontinuità controllata: figlia d’arte, con una lunga carriera alle spalle ma estranea alle dinamiche di potere più logore degli ultimi decenni, rappresenta il compromesso ideale tra l’esigenza di innovare e la necessità di non spezzare del tutto il filo con la tradizione del partito. Il suo insediamento, avvenuto con il voto per acclamazione, cerca di proiettare un’immagine di unità ritrovata, sebbene il metodo utilizzato per rimuovere il predecessore abbia lasciato strascichi di malumore difficili da ricomporre in tempi brevi.
Lo sguardo alle istituzioni e la gestione della transizione
A tenere le fila di questa complessa transizione è Antonio Tajani, il quale si trova a dover bilanciare il suo ruolo di segretario nazionale con la necessità di rispondere alle sollecitazioni provenienti dai settori più influenti del partito. La sua leadership, nella gestione dell’avvicendamento al Senato, è stata pubblicamente lodata da Craxi, che gli ha riconosciuto il merito di aver “accompagnato” l’operazione in ogni sua fase. Un plauso che, letto in controluce, appare anche come un tentativo di rafforzare la posizione del segretario proprio mentre questa viene messa alla prova dalle pressioni sul fronte della Camera.
In questo contesto, la sostituzione di Gasparri con Craxi diventa il banco di prova per testare la tenuta del nuovo corso. L’assemblea di venti minuti, la rapidità del voto per acclamazione, la scelta di una figura istituzionale come Craxi per guidare i senatori: sono tutti elementi che raccontano di un partito che cerca di metabolizzare la sconfitta referendaria attraverso un rinnovamento parziale della propria facciata, senza però che siano ancora chiari gli esiti di una resa dei conti che appare destinata a proseguire, con ogni probabilità, nelle prossime settimane.




