Il referendum che spacca Forza Italia: Gasparri lascia, arriva Craxi e Tajani ora teme per la sua poltrona
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Redazione Interno
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La scossa tellurica che ha attraversato il centrodestra dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia non ha risparmiato Forza Italia, dove il terremoto interno ha già prodotto il primo, significativo scossone ai vertici del gruppo parlamentare. È stato Maurizio Gasparri, una delle colonne portanti del partito con oltre trent’anni di Parlamento sulle spalle, a fare gli onori di casa, lasciando la guida dei senatori azzurri per lasciare il posto a Stefania Craxi. Un avvicendamento formalizzato in un’assemblea lampo di appena venti minuti, con un voto per acclamazione che ha sancito il passaggio di consegne, ma che dietro la superficie di una routine organizzativa nasconde le crepe profonde di un partito in cerca di un nuovo equilibrio.
A raccogliere il testimone, con il piglio di chi sa di essere chiamata a una funzione delicata, è stata proprio la figlia di Bettino: «Assumo l’incarico di capogruppo con senso di responsabilità, lo svolgerò con serietà, entusiasmo e senso delle istituzioni». La Craxi, nel tentativo di smorzare i toni di una resa dei conti che appare tutt’altro che pacifica, ha voluto rimarcare la continuità: «È una nuova tappa nella mia carriera politica. Ringrazio il segretario Antonio Tajani, che ha accompagnato questo avvicendamento in ogni fase con la sua leadership, e ringrazio il mio predecessore Maurizio Gasparri, che ha lavorato con competenza e passione. È un normale avvicendamento all’interno di un gruppo politico».
Eppure, la definizione di “normale” fatica a contenere le fibrillazioni che agitano il partito fondato da Silvio Berlusconi. Il ciclone, partito dal Senato, rischia ora di abbattersi con violenza anche sull’altro ramo del Parlamento e, in particolare, sulla figura di Antonio Tajani. Il segretario, che solo poche ore prima benediva il passaggio con Gasparri, si trova improvvisamente a dover difendere il proprio fronte interno. Secondo ricostruzioni che tengono banco nei corridoi di Montecitorio e non solo, Tajani avrebbe minacciato un clamoroso passo indietro, l’addio a Forza Italia, pur di proteggere un uomo a lui vicino: il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, finito nel mirino di Marina Berlusconi.
La principale finanziatrice del partito, che con i fratelli detiene le quote maggioritarie della holding di famiglia, non avrebbe gradito l’operato di alcuni dei vertici attuali, spingendo per un rinnovamento più ampio di quanto finora messo in atto. Se Gasparri è stato il primo a cadere sotto la scure del “cambio generazionale” – un concetto evocato con forza dall’entourage di Arcore –, il nome di Barelli sarebbe il successivo sulla lista degli esecrabili. Di fronte a questa prospettiva, la reazione del segretario sarebbe stata netta, quasi un ultimatum: la messa in discussione del suo fedelissimo alla Camera equivarrebbe a mettere in discussione la sua stessa leadership, con il rischio concreto di una frattura insanabile.
L’ombra del risultato elettorale e la mano della famiglia Berlusconi
A innescare la miccia, in un contesto già reso instabile dalle ambizioni e dalle correnti interne, è stato il risultato del referendum sulla giustizia. Una sconfitta che, al di là del dato numerico, è stata letta dai settori più influenti del partito come un sintomo di stanchezza e di distanza dalla base elettorale. L’effetto domino ha investito immediatamente la struttura organizzativa, mettendo in moto una macchina che punta a ridisegnare la classe dirigente. L’operazione, insomma, non si ferma alla semplice sostituzione del capogruppo al Senato, ma ambisce a un rinnovamento più profondo, avallato e sostenuto dalla famiglia Berlusconi, che intende allargare il perimetro decisionale oltre i nomi storicamente legati alla prima generazione del partito.
In questo quadro, la posizione di Antonio Tajani appare sempre più in bilico. Il segretario, che fino a ieri sembrava l’ago della bilancia tra le varie anime azzurre, oggi si trova a dover gestire una pressione che viene sia dall’alto – dal vertice della holding familiare – sia dal basso, con i gruppi parlamentari in fermento. La “minaccia” di addio, qualora fosse reale, rappresenta il segnale di una tensione che non si era mai manifestata con tanta virulenza dall’epoca della scomparsa del fondatore. Per ora, non ci sono state rotture ufficiali né annunci clamorosi, ma l’aria è quella delle grandi manovre in cui ogni dettaglio, dalle convocazioni delle riunioni ai tempi delle assemblee, viene pesato con attenzione millimetrica.
Giorgia Meloni si prende il turismo, la guerra in Iran resta sullo sfondo
Mentre nel centrodestra si consuma la resa dei conti interna, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha deciso di mettere una pezza alla crisi di governo sorta con le dimissioni di Daniela Santanchè dal ministero del Turismo. L’interim è finito direttamente nelle sue mani, una scelta che consolida il controllo dell’esecutivo in una fase in cui i riflettori sono puntati sui dissidi tra gli alleati. Un’assunzione di responsabilità diretta che, per ora, congela le ipotesi di rimpasto e lascia in sospeso il nome di un eventuale successore, mentre il partito di maggioranza relativa osserva con attenzione le convulsioni di Forza Italia, valutando le ricadute sull’equilibrio generale.
Sullo sfondo della cronaca politica interna, a tenere alta la tensione internazionale è la crisi iraniana. Gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, hanno deciso una proroga fino al 6 aprile della sospensione dei raid contro i siti energetici di Teheran. Una finestra temporale, questa, concessa per tentare di far decollare le trattative, dopo settimane di tensione crescente nel Golfo Persico. La decisione americana, pur rappresentando una tregua momentanea, non allenta la pressione militare e diplomatica sull’Iran, lasciando aperti scenari ancora tutti da scrivere mentre le diplomazie cercano di sfruttare questo breve lasso di tempo per scongiurare un’escalation dai contorni imprevedibili.




