Amichevoli, ma solo con i torturatori

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Gli atti sono arrivati di notte, in inglese, e con una data sbagliata. Queste le scuse, sempre meno credibili, avanzate dal governo per giustificare la liberazione di Almasry, il torturatore libico al centro di un caso che ha scosso l’opinione pubblica e messo in difficoltà l’esecutivo. L’informativa presentata ieri dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e da quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, in Parlamento è arrivata in ritardo e si è rivelata poco più di una tappa in un patetico oscillare tra tesi opposte.

Nordio, noto per la sua attenzione ai cavilli procedurali, ha sostenuto che la richiesta della Corte penale internazionale di processare Almasry non fosse sufficientemente solida. Una posizione che, pur non essendo mai stata esplicitata in precedenza, viene ora presentata come una verità scontata, quasi ovvia. Il tono supponente del ministro, che sembra rivolgersi a un pubblico ignaro delle basi del diritto, non basta a nascondere le numerose inesattezze e le interpretazioni tendenziose contenute nella sua relazione.

La vicenda, che ha visto il generale libico Osama Almasri Najeem tornare a Tripoli dopo la scarcerazione, è stata caratterizzata da versioni parallele e spesso contraddittorie da parte dei due ministri. Mentre Nordio insiste sulle questioni formali, Piantedosi sembra più concentrato sugli aspetti diplomatici, senza però offrire una ricostruzione convincente dei fatti. Il risultato è un vuoto informativo che non fa che alimentare le polemiche.

Almasri, dal canto suo, ora che è tornato in Libia, preferisce non commentare. «Grazie, ma preferisco non parlare di cose italiane», ha dichiarato rispondendo a una telefonata. Il silenzio del generale, protagonista involontario di uno scontro politico che ha diviso maggioranza e opposizione, lascia spazio a domande ancora senza risposta.

Intanto, un altro caso riaccende i riflettori sulle politiche migratorie italiane. Lam Magok Biel Ruei, sudanese di 29 anni, ha ottenuto nel 2022 la protezione sussidiaria dopo che la Commissione territoriale ha riconosciuto il rischio per la sua vita in patria. Da allora, Magok ha avuto accesso a un tetto, a sostegni economici e persino a un lavoro. Tuttavia, in una recente intervista, ha accusato l’Italia di essere «come un regime», criticando aspramente il governo Meloni.

Le sue parole, che hanno suscitato reazioni contrastanti, riportano l’attenzione su un sistema che, nonostante le critiche, continua a garantire protezione a chi fugge da guerre e persecuzioni. Ma il caso di Magok, come quello di Elmasry, dimostra quanto sia complesso bilanciare diritti, sicurezza e relazioni internazionali in un contesto sempre più polarizzato

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