Almasri, quanti assassini e torturatori avete coperto con la scusa della ragion di Stato?

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando, vent’anni fa, svolgevo le funzioni di sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catanzaro, fui titolare delle prime indagini in Italia sui traffici di esseri umani. Era il 2003, e i reati su cui si concentravano le indagini, condotte su mia delega dalla Polizia di Stato, erano tra i più efferati: traffico di esseri umani, riduzioni in schiavitù, sequestri di persona a scopo di estorsione, violenze sessuali e omicidi commessi durante le disperate traversate del Mediterraneo. Un quadro drammatico, che oggi sembra riemergere, in parte, nella vicenda del generale libico Osama Njeem Almasri, arrestato in Italia su ordine della Corte penale internazionale e poi riaccompagnato a Tripoli con un volo di Stato.

Almasri, come è noto, è stato fermato a Torino nella notte tra il 18 e il 19 gennaio. Non si è trattato di un semplice arresto burocratico, ma di un’operazione complessa, frutto di un lavoro approfondito e lungimirante della Polizia di Stato, che ha raccolto una serie di elementi utili a rilanciare l’inchiesta internazionale sul generale libico. Tuttavia, la sua liberazione, avvenuta poco dopo, ha sollevato non poche polemiche, soprattutto in relazione alle motivazioni addotte dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, secondo cui errori grammaticali e refusi nel mandato d’arresto della Corte dell’Aja lo avrebbero reso «nullo». Un documento della Corte, tuttavia, elenca circa una ventina di presunti errori, tra cui l’uso dell’avverbio «continuo» al posto del verbo «conti…», ma secondo alcuni esperti di diritto si tratterebbe di «sviste facili da correggere», che non inficiano la validità del provvedimento.

La vicenda si è ulteriormente complicata con l’emergere di dettagli sull’accusatore principale, David Yambio, un rifugiato sudanese che ha ripetutamente dichiarato di essere nel mirino del governo italiano per le sue rivelazioni su Almasri. Tuttavia, Yambio risulta più banalmente sotto indagine per un’inchiesta sul traffico di clandestini, e i video da lui forniti come prova delle torture inflitte ai migranti, una volta analizzati dall’intelligence italiana, si sono rivelati incongruenti con il caso del generale libico. Questi elementi, che hanno gettato ombre sull’attendibilità delle accuse, non hanno però impedito alla magistratura internazionale di procedere con l’arresto, né hanno chiarito del tutto i contorni di una vicenda che sembra intrecciare verità, omissioni e interessi geopolitici.

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