Gino Paoli, l’addio della figlia Amanda tra la memoria di una pallottola nel cuore e le ceneri che torneranno al mare di Boccadasse

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Due sole parole, “Babbo mio”, accompagnate da una fotografia in bianco e nero che ferma il tempo: è stato questo il saluto, intimo e struggente, che Amanda Sandrelli ha scelto per commemorare il padre Gino Paoli, il cantautore scomparso all’età di 91 anni nella notte tra lunedì e martedì scorsi. Quella relazione complessa, nata all’ombra di una delle storie d’amore più discusse del panorama musicale italiano, era stata già raccontata dalla stessa attrice con una lucidità che lasciava trasparire l’ambivalenza di un legame profondo. Amanda, frutto della relazione tra Paoli e Stefania Sandrelli – che all’epoca dei fatti era ancora minorenne, dando vita a un caso mediatico e sentimentale di enorme risonanza – aveva definito il padre una sorta di “Superman”, privo apparentemente di qualsiasi timore, confessando al contempo di non averne mai avuto, lei, nei suoi confronti. Una definizione, quella di eroe invincibile, che si scontrava però con la realtà di un uomo dalla personalità “molto complessa” e “pesante, più per se stesso che per gli altri”, come aveva aggiunto in un’intervista passata alla cronaca, restituendo il ritratto di un artista tormentato.

Un proiettile fermo nel pericardio per oltre sessant’anni

La vita di Gino Paoli, del resto, è stata segnata da un episodio che ne ha fisicamente e simbolicamente caratterizzato l’esistenza, trasformandolo in una sorta di superstite perenne. Nel luglio del 1963, sull’onda di una crisi esistenziale e sentimentale che lo stava logorando, il cantautore tentò il suicidio sparandosi un colpo di pistola al cuore. L’atto, compiuto nella sua abitazione, non sortì l’effetto letale sperato: il proiettile, invece di perforare gli organi vitali, si incastrò nel pericardio, quella membrana fibrosierosa che avvolge e protegge il cuore, rimanendovi conficcato per oltre sessant’anni. I medici, valutando l’estrema pericolosità di un intervento di estrazione a contatto con i grossi vasi sanguigni, decisero di non rimuoverlo, lasciando che quel frammento di piombo restasse lì, a fare compagnia a un uomo che avrebbe poi scherzato sul fatto che, col tempo, aveva persino smesso di suonare ai metal detector. Una vicenda, questa, che racconta meglio di qualsiasi biografia la natura contraddittoria di un artista che poteva permettersi il lusso di definire quel gesto “uno sbaglio enorme” compiuto in un momento in cui credeva, erroneamente, di aver già avuto tutto dalla vita.

L’omaggio di Pupo e il rito privato dell’addio

Mentre in Italia si susseguivano le manifestazioni di cordoglio, un omaggio inaspettato è giunto dalla Russia, dove il cantante Pupo si trovato per un concerto. Sul palco del Teatro Millennium di Yaroslav, proprio nella giornata della scomparsa, Pupo ha eseguito una versione intima, arrangiata per piano e voce, de “Il cielo in una stanza”, il brano che nel 1960 aveva lanciato Mina e che resta forse il più celebre cavallo di battaglia di Paoli, ispirato – come amava raccontare lo stesso autore – dalle atmosfere di una casa d’appuntamenti dal soffitto viola a Genova. Un gesto che ha idealmente collegato la scena internazionale alla dimensione più raccolta e familiare del lutto.

Proprio il carattere riservato del dolore è stato ribadito dalla famiglia, che ha chiesto la massima riservatezza per le esequie. Le ceneri del cantautore, secondo quanto trapela dalle fonti vicine, non verranno tumulate ma torneranno all’elemento che più amava: il mare. A fare da sfondo a questo ultimo viaggio sarà Boccadasse, il caratteristico borgo di pescatori di Genova che Paoli amava profondamente e dal quale amava osservare l’orizzonte. Saranno proprio quelle acque a ospitare la dispersione delle ceneri, un ultimo desiderio che rispecchia il carattere anticonformista di un artista che, pur avendo attraversato la storia della musica italiana, ha sempre mantenuto un rapporto viscerale e privato con la sua terra d’origine.

La cronaca di un’esistenza tra arte, politica e fragilità umana

La complessità della figura di Gino Paoli emerge anche dal suo percorso istituzionale, spesso dimenticato di fronte ai successi discografici. Eletto alla Camera dei deputati nel 1987 nelle file del Partito Comunista Italiano, per la circoscrizione Napoli-Caserta, visse l’esperienza parlamentare con lo spirito critico che lo contraddistingueva, arrivando a definirla in seguito un “errore” dal quale, tuttavia, dichiarò di aver imparato moltissimo. Un’ammissione che ne conferma la propensione a guardare la realtà con occhio disincantato, capace di ammettere le proprie cadute senza cercare facili giustificazioni.

Il cordoglio espresso dalle istituzioni – tra cui il presidente della Camera Lorenzo Fontana – si è unito a quello del mondo dello spettacolo, mentre i dettagli sulla vita privata del cantautore tornavano prepotentemente alla ribalta. La relazione con Ornella Vanoni, scomparsa pochi mesi prima di lui, e le collaborazioni artistiche con grandi interpreti, fino all’ultimo tour, hanno delineato il profilo di un uomo che ha attraversato le mode musicali senza mai perdere la propria identità, fatta di quelle contraddizioni che la figlia Amanda ha saputo riassumere con una delicatezza che solo un legame di sangue può permettere. Quel proiettile, rimasto per decenni a sfidare la logica medica, diventa così la metafora di una vita vissuta sempre sull’orlo di un abisso, ma capace di trasformare la fragilità in arte, fino a quel commiato silenzioso e solenne affidato al mare di Genova.

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