Addio a Gino Paoli, il poeta della canzone italiana che visse con una pallottola nel cuore
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Redazione Interno
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È morto a Genova, all’età di 91 anni, Gino Paoli, uno dei pilastri assoluti della canzone d’autore italiana. Con la sua voce, quella capace di trasformare la leggerezza apparente della musica in un racconto intimista e profondamente personale, il cantautore genovese ha attraversato decenni di storia del Paese, contribuendo a definire ciò che oggi riconosciamo come la “scuola genovese” insieme a nomi come Fabrizio De André, Luigi Tenco e Bruno Lauzi. La sua eredità, del resto, non si misura solo nei dischi d’oro o nei passaggi radiofonici, ma nella capacità di aver elevato il brano popolare a dimensione poetica, rendendo universale il sentimento di una stanza che improvvisamente non ha più pareti, ma alberi infiniti.
La parabola artistica di Paoli, nato a Monfalcone ma genovese d’adozione, è costellata di successi che hanno segnato epoche diverse, da “Senza fine” – portata al successo da Ornella Vanoni, alla quale era legato sentimentalmente – fino a “Il cielo in una stanza”, pietra miliare scritta con Mogul e Toang che sancì la sua definitiva affermazione. Eppure, la sua biografia è segnata anche da un episodio drammatico che sembra uscito da una delle sue stesse canzoni, trasformandosi nel tempo in una sorta di leggenda metropolitana. L’11 luglio 1963, Paoli tentò il suicidio sparandosi un colpo di pistola al cuore, un gesto che molti hanno voluto ricondurre alle turbolenze della relazione con Stefania Sandrelli, ma che lo stesso artista, anni dopo, avrebbe descritto con disarmante lucidità come un atto dettato dalla noia, dalla confusione e dall’incertezza esistenziale. Il proiettile non raggiunse mai l’obiettivo finale, restando conficcato vicino al muscolo cardiaco: una pallottola che Paoli avrebbe portato con sé per il resto della vita, metafora fisica di una resilienza che lo accompagnò anche nei lunghi anni di dipendenza dal whisky, durati fino al 1976.
Un’eredità contesa tra poesia e misteri giudiziari
Mentre la città di Genova e il mondo della musica piangono la scomparsa del loro nume tutelare, emergono dal panorama della cronaca altre vicende che continuano a tenere alta l’attenzione, intrecciando il racconto della cultura con quello della cronaca nera e dei casi irrisolti. A distanza di dodici anni dalla morte del manager David Rossi, precipitato dal palazzo del Monte dei Paschi di Siena, il caso si riaccende grazie a una testimonianza emersa nel corso delle indagini della commissione parlamentare. Una ex vigilessa, Giovanna Ricci, ha dichiarato di aver riconosciuto l’uomo che appare in un vicolo nelle immagini riprese subito dopo la caduta, identificandolo in Francesco Giusti, figura già nota in ambito politico locale. La commissione, presieduta da Gianluca Vinci, ha annunciato che Giusti verrà riascoltato non più come semplice testimone ma con le garanzie riservate a un indagato, un passaggio procedurale raro per un’inchiesta parlamentare. A corroborare la pista, secondo quanto riportato, ci sarebbe un’ulteriore testimonianza, finora tenuta segreta, di una persona che avrebbe riconosciuto Giusti dalle movenze, mentre i Ris avrebbero accertato una compatibilità di altezza tra la figura ripresa e l’uomo, entrambi di un metro e settantuno.
La scia di sangue e il caso Valentina Sarto
Le pagine della cronaca recente, però, raccontano anche un’altra storia di violenza, quella che si consuma tra le mura domestiche e che ha portato alla morte di Valentina Sarto, quarantaduenne uccisa a coltellate dal marito Vittorio Dongellini nell’abitazione di via Pescaria a Bergamo. Il delitto, avvenuto poche settimane fa, ha sconvolto la comunità locale, specialmente gli ambienti del tifo nerazzurro dove la vittima lavorava come barista. Secondo le prime ricostruzioni investigative, coordinate dal pm Antonio Mele, alla base del gesto ci sarebbero i dissidi sorti quando la donna, dopo una relazione decennale, aveva deciso di porre fine al matrimonio, intraprendendo una nuova frequentazione. Il marito, dopo aver inferto una decina di coltellate alla schiena e alla gola, tentò il suicidio senza riuscirci, venendo successivamente arrestato e trasferito in ospedale sotto piantonamento. Il dolore della famiglia è emerso con crudezza dalle parole della madre di Valentina, Lia, che in un post ha affidato al web il proprio strazio, chiedendo perdono per non essere riuscita a proteggere la figlia da quello che ha definito “peggio di un mostro”.
Tra emergenza cinghiali e devianze criminali
Accanto ai delitti consumati, emergono anche storie di soprusi e tentativi di sopraffazione che trovano spazio nelle aule di giustizia o nelle denunce dei cittadini. In Sicilia, il problema della proliferazione dei cinghiali continua a creare non solo disagi ma vere e proprie situazioni di pericolo per la sicurezza delle persone. Non è raro, come accaduto in diverse zone montane dell’isola, che branchi di ungulati blocchino le strade o limitrofi alle abitazioni, impedendo di fatto la normale mobilità di residenti e, in alcuni casi, la possibilità di assistere familiari fragili o disabili. Le istituzioni locali, pur avviando interlocuzioni per l’utilizzo di strutture come macelli per lo smaltimento e piani di contenimento, si trovano spesso impantanate in stalli amministrativi che lasciano il territorio senza risposte immediate.
Non mancano, infine, i casi di cronaca giudiziaria legati a dinamiche familiari tossiche, come quello che vede una donna accusata di tentato omicidio per aver somministrato topicida alla suocera, o le indagini su presunte attività di esorcismo rivelatesi veri e propri raggiri. In un contesto simile, la giustizia fa i conti con le difficoltà di districare il sottile confine tra riti religiosi e truffe, mentre in altri episodi si indaga su veri e propri piani criminali orditi all’interno delle mura domestiche, come nel caso di chi, con minacce e atti persecutori, avrebbe tentato di far impazzire una parente per appropriarsi indebitamente di un’eredità.




